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giovedì 1 ottobre 2015

The Green Inferno vs. Cannibal Holocaust: Cannibali a confronto.


Si ricomincia a scavare, dopo quattro anni. Non avrei mai dovuto smettere, ma si sa, queste cose si capiscono solo a posteriori. Magari un giorno ne parleremo, ma, per adesso, torniamo a sporcarci le mani con The Green Inferno di Eli Roth.

Chi mi conosce bene conosce anche il mio interesse per il genere horror e, specialmente, per alcuni dei filoni più particolari come il cannibal movie. Ho detto "interesse" e non "passione" non a caso. Il mio è un vero e proprio interesse scientifico, se così vogliamo definirlo, adoro questo genere di B-Movies non tanto per la trama o per gli effetti speciali, ma per comprenderne l'origine culturale ("Cosa ha portato allo sviluppo di un'intero genere cinematografico incentrato sulla figura del cannibale?"), i suoi effetti sullo spettatore e, in generale, sulla nostra società.

Non possiamo parlare del film di Eli Roth senza parlare del film di Ruggero Deodato: Cannibal Holocaust. Evitiamo la storia della tartaruga e di Barbareschi che spara al maialino e concentriamoci su cosa rappresenta questo film per il genere del cannibal movie e, per il suo rapporto con The Green Inferno.

Cannibal Holocaust, al di là di tutti gli scandali e le trovate di marketing che lo hanno reso famoso, è un gran film. Non solo ha inventato un genere, quello del found footage, ma ha utilizzato uno stile documentaristico per raccontare una storia terrificante. Deodato trae ispirazione dai maestri dell'efferatezza come il Craven de L'Ultima casa a sinistra e Hooper di Non Aprite Quella Porta che raccontano gli angoli nascosti dell'America anni '70, per raccontare la sua verità antropologica. Ancora una volta, il realismo cinematografico, talmente realistico da confondersi con la realtà, viene usato per criticare pesantemente la società e le sue malattie. Chi sono i veri cannibali per Ruggero Deodato? Sono quelli che hanno abbandonato le capanne sulle rive del Rio delle Amazzoni per costruirsi grattacieli al centro di Manhattan, sono i cannibali che campano sulle spalle degli altri e si nutrono dei cadaveri dei loro avversari. I cannibali che hanno abbandonato la jungla per poi tornarci, armati di telecamere e della loro fame e avidità.

In che modo The Green Inferno è un "remake non autorizzato" di Cannibal Holocaust?
Per il fatto che si svolge nello stesso "Inferno Verde" di Deodato? Sicuro.
Per fatto che parliamo sempre di una missione nella jungla profonda, finita molto molto male? Sicuro.
The Green Inferno è soprattutto un remake di Cannibal Holocaust perché riprende le stesse tematiche, pone le stesse domande, e le riattualizza per uno spettatore del 2015 (o 2013, quando il film sarebbe dovuto effettivamente uscire nelle sale).

La critica che fa Roth alla società contemporanea è semplice, la più semplice che si può fare: la nostra è una società costituita sulla menzogna, i suoi valori non hanno alcun fondamento perché sono falsi. La critica di Roth si muove sul duplice piano della critica sociale e antropologica, parlando dell'uomo nel suo essere fondamentalmente un essere malvagio e dell'uomo come membro della società, che utilizza questa sua innata qualità per costruire bugie su bugie e cannibalizzare il prossimo per il proprio predominio. Gli attivisti che si inoltrano nell'Inferno Verde hanno tutti un secondo fine, dal primo all'ultimo. Chi è andato solo per divertirsi, chi per amore, chi per soldi e fama, chi semplicemente per noia. Non c'è verità nel loro comportamento, non c'è impegno sociale, non c'è l'ideologia. Solo bugie.

Il film finisce con una bugia, tral'altro. La protagonista mente, inaspettatamente, fondamentalmente negando ogni avvenimento del film, dal tradimento dei valori al vero e proprio cannibalismo.

Ancora una volta, non sono solamente quelli nella jungla ad essere cannibali.


giovedì 10 marzo 2011

Buñuel Time!

Complici il regalo delle mie zie (il cofanetto della RaroVideo dei primi lavori del regista Luis Bunuel) ed il corso di Paolo Bertetto sulla teoria e l'interpretazione del film, ho iniziato ad approfondire il discorso sul cinema muto surrealista degli anni '20 e la produzione della coppia Dalì-Bunuel.  

Tutti sicuramente avete sentito parlare, almeno una volta nella vita, dell'artista (perché chiamarlo pittore è decisamente riduttivo) Salvador Dalì. Non molti sanno che Dalì, oltre ad aver partecipato a Spellbound di Hitchcock nel 1945, ha esordito nel cinema con un film del 1929 diretto insieme all'amico Luis Buñuel e sceneggiato da entrambi.
Chiamarlo film è forse inesatto. L'esperimento della coppia Dalì/Buñuel è un cortometraggio surrealista di 15 minuti che sovverte i canoni del cinema narrativo. Racconta qualcosa, ma non è una storia.
Non è facile cercare di descrivere una simile pellicola. Credo che per centrare il bersaglio sia necessario aprire una piccola parentesi storica ed approfondire il tema del surrealismo.
 
Dopo le scoperte della psicoanalisi freudiana, le avanguardie artistiche del '900 hanno concentrato la loro attenzione sulle tematiche del profondo, puntando all'esplorazione dell'inconscio e la sua rappresentazione in forma artistica. Secondo il Freud dell'Interpretazione dei sogni è proprio attraverso il materiale onirico dei sogni che l'inconscio esprime meglio se stesso (se di sé possiamo parlare). Per cui, è naturale che l'artista che, come il filosofo, punta a cogliere l'essenza, voglia focalizzarsi su questi argomenti.
Un chien andalou, se vogliamo, è proprio il “contenuto manifesto” (per utilizzare la terminologia freudiana) del sogno dei due protagonisti.
Le immagini appaiono in un susseguirsi forsennato, apparentemente privo di un senso logico, con l'obbiettivo di toccare lo spettatore nel suo intimo.

Un chien andalou e L'age d'or, rispettivamente 1929 e 1930, sono i due film di cui parleremo. 
La mia idea è quella di soffermarmi in maniera approfondita su entrambe le pellicole di breve durata ed analizzare sequenza per sequenza, tramite quel "metodo paranoico critico" di cui questi film sembrano essere i primi brillanti esempi, la direzione che i film vogliono intraprendere.



giovedì 20 gennaio 2011

La donna che non è morta abbastanza

Introduco il discorso Hitchcock, ossia la zona operativa della mia tesi, con una piccola esperienza personale. Una sorta di epifania, non la sola, fortunatamente, che ha legato profondamente il mio vissuto con le immagini di una splendida pellicola: Vertigo o La donna che visse due volte.

Questo è il primo dei post “personali” di questa nuova direzione editoriale de L'Occhio Scavatore,  potrebbe essere utile a dissociarmi dall'immagine del critico senza cuore che si diverte a smontare il lavoro degli altri (quando se lo merita) o si lamenta dell'immaturità dello spettatore cinematografico attuale (mi diverte che la gente esulti per il successo al botteghino di Checco Zalone rispetto al cine-panettone, mi diverte assai).

Chi mi conosce sa bene che il mio sport preferito, oltre l'ozio da divano ed il giudizio a livello agonistico, è lamentarmi della mia situazione sentimentale. Oggi, di questa antica e nobile occupazione, rimane solamente un ricordo sbiadito. Eppure c'è stato un tempo in cui riflettevo giorno e notte su questa problematica, senza mai riuscire a distogliere il mio pensiero o prendere sonno. Era un chiodo fisso, volevo trovare l'origine della mia insoddisfazione e, magari, una possibile soluzione a questo problema.
Un giorno ebbi la rivelazione. Citando dalle pagine di un quadernino da appunti:

“Riesco ad amare solo se controluce”

Alle prime non ho preso troppo sul serio questa immagine perché, forse, non era stata messa a fuoco del tutto. Con il tempo, però, conoscendo altre persone e vivendo la vita di tutti i giorni, mi sono sempre di più convinto di questa mia particolare tendenza.
Concentrandomi per tanti mesi sulle pellicole del maestro della suspence ed in particolare, vedendo e rivedendo il film Vertigo sotto “consiglio” di Slavoj Žižek, ho finalmente capito quale fosse il mio problema. L'ho riconosciuto alla perfezione in una delle molteplici inquadrature soggettive che caratterizzano questo, come tanti altri, film di Hitchcock. In particolare questi due fotogrammi:




Io, così come il protagonista del film Scottie, tendo a riempire l'oggetto del mio desiderio di una serie di aspettative, sogni, speranze ed illusioni che non fanno parte della costituzione di quella persona. Sono una mia proiezione, un mio fantasma. Scottie non amerà mai Judy se non travestendola da Madeleine, la donna amata e perduta alla quale lei sembra assomigliare così tanto.
L'amore, come il resto delle passioni umane, è un gioco pericoloso senza dubbio. Una mossa sbagliata potrebbe influire su tutto l'andamento della partita.

Il cinema, specialmente questo cinema, può essere il nostro psicologo personale, a disposizione 24/7. Un buon film, così come un buon amico, riesce a consigliarti sul da farsi e aiutarti a comprendere bene l'esistenza.

Non bisogna aver paura di guardare e lasciarsi guardare.

domenica 12 settembre 2010

La Matrice di Matrix

Matrix. Tutti hanno visto Matrix!
A non tutti, però, è piaciuto Matrix. A livello di fenomeno sociale è stato sicuramente più importante di Avatar, ma, nonostante questo, ha incassato molto di meno ai botteghini.

Parliamo un secondo di quello che c'è prima del film.
Mettiamoci nei panni dei Wachowski, due fratelli cresciuti insieme nella stessa casa, con gli stessi hobbies e gli stessi amici. Leggere fumetti, guardare cartoni in tv, giocare a D&D. Dei veri nerd d'eccezione! Lavorare in coppia non è mai una passeggiata, ma per due menti come le loro non può che essere una ricchezza. Non vi è contrasto, è come se la stessa persona avesse il doppio della creatività e inventiva. Per chi non lo sapesse, i Wachowski (Larry e Andy) sono la mente dietro a Matrix, ne hanno scritto il soggetto, la sceneggiatura e hanno preso le redini della regia, una volta che il progetto è ufficialmente sbarcato sul set.

Senza entrare nel dettaglio delle sequenze particolari, di cui ci occuperemo in futuro, dal film emergono due elementi fondamentali: il film d'azione ed il film riflessivo. Questa struttura dualistica alternata proviene dal background culturale condiviso dei fratelli ed in particolare dall'animazione giapponese.
Chi, come me, è appassionato di anime avrà sicuramente visto Akira e Ghost in the shell, due tra i maggiori capolavori dell'animazione nipponica. La peculiarità di entrambi questi prodotti, oltre alla loro ambientazione futuristica steampunk (per intenderci, quella “alla Blade Runner”) che li accomuna, sono le tematiche di rilevanza sociale che vengono alternate a sequenze di grande azione, come le corse in motocicletta di Akira ed i combattimenti di arti marziali.
In Matrix vediamo trasportati gli stessi elementi e le stesse tematiche. Le inquadrature ed i movimenti di camera sono propri della tecnica fumettistica cartacea e della più recente animazione e le sequenze dialogate sembrano estrapolate da un saggio di Baudrillard. Tral'altro, non soddisfatti del tutto, dopo la premiere di Matrix in Giappone, i Wachowski hanno collaborato con alcuni tra i più prestigiosi studi di animazione e hanno prodotto Animatrix, un piccolo gioiellino composto da 9 cortometraggi animati di cui parleremo molto presto.

Tutto questo potrebbe sembrare innaturale, da un certo punto di vista. Molti non hanno apprezzato il film poiché hanno pensato “non è ne carne, ne pesce”, le persone che sono entrate in sala per un film filosofico sono rimaste deluse dagli effetti speciali e dai combattimenti, mentre coloro che sono entrati solamente per le esplosioni e le belle pupe non hanno trovato soddisfazione, addormentandosi a metà pellicola. La realtà è che il film non vuole essere definito all'interno di un genere particolare, così come l'animazione giapponese che spesso e volentieri viene fraintesa quando esca dai suo confini d'origine, ma sfrutta quella tecnica tutta contemporanea del citazionismo per attingere da determinati modelli ma creando un prodotto nuovo ed unitario.
Cambiamo argomento per un secondo, parliamo di Tarantino.
Kill Bill. In molti lo hanno visto e, come per Matrix, in molti lo hanno snobbato o non compreso.
“Tarantino è un copione”, l'ho sentito milioni di volte da bocche inesperte di cinema che, seppur non capendo una virgola di grammatica filmica hanno apprezzato la pellicola (perché comunque Kill Bill è un film “attraente”, basta pensare che vi è una donna come protagonista).
Il background dei due autori è differente, se i Wachowski sono cresciuti con i fumetti della marvel ed i robottoni in televisione, Tarantino è rimasto con un piede negli States ed uno nel resto del mondo grazie all'ausilio della televisione. Film di Kung Fu, horror di serie B, spaghetti western, tutto quel genere di controcultura che, grazie a lui, oggi viene apprezzato anche in campo accademico.
La serie di Matrix e la serie di Kill Bill non sono poi troppo differenti dal punto di vista formale. Il citazionismo sia contenutistico che tecnico portano un messaggio nuovo e non si limitano a riprodurre manieristicamente un film degli anni '80 o un vecchio cartoon.

Tornando al nostro Matrix, percepiamo durante tutta la durata della pellicola (parlo ancora del primo film) una ventata di progresso, sempre con un occhio rivolto al passato. Così come l'Angelus Novus di Paul Klee, ripreso da Benjamin nel suo saggio "Sul concetto di storia", vola nel futuro con la speranza messianica di una rivoluzione e di un cambiamento rispetto alle macerie del passato, Neo riassume nella figura dell'Eletto questa attesa messianica e questa vera e propria rivoluzione (marxista) nel mondo del futuro.
La stessa tecnica del bullet-time brevettata nella famosissima sequenza d'apertura e mantenuta viva e agente per il resto della trilogia, segna un passo avanti per la cinematografia mondiale. Non è solamente un miglioramento degli effetti speciali, ma un nuovo modo di concepire il cinema d'azione, così come oggi, a distanza di soli dieci anni, Avatar ha cambiato gli standard ancora una volta.

Per quanto è ricca la trilogia di Matrix, potrei dedicare tutto un blog solamente alla sua analisi ! Ma non credo che sia il caso... per oggi è tutto!

Ps: Il signor Andy Wachowski ora è ... hem... la signorina Lana Wachowski :D

domenica 5 settembre 2010

Bigiox Revolution!


Ho recentemente acquistato dal sito Play.com, una risorsa incomparabile per noi cinefili, uno dei “cofanetti” che ho sempre sognato di possedere: The Matrix Ultimate Collection. Io adoro Matrix, non solo il primo episodio, adoro tutta la trilogia. Addirittura, al momento della sua uscita, ho apprezzato i dialoghi del secondo più di quelli del primo!

Che voglio farci allora, oltre che esibirlo come un trofeo di caccia sul comodino? Dato che questo cofanetto è ricchissimo di materiale, making of e approfondimenti sul panorama culturale che ha generato il fenomeno Matrix, mi piacerebbe lavorare su livelli differenti. Da un lato magari concentrarmi antropologicamente sul contesto in cui Matrix si è sviluppato, ossia entrare nella testa dei visionari fratelli Wachowski per comprendere il movente che li ha spinti a creare un prodotto tanto complesso. Dall’altro lato mi piacerebbe approcciare l’analisi dei film in maniera seria e professionale, tenendo sempre presente che “genere” di film ho di fronte. Per farmi capire, non tratterei mai Matrix Reloaded o un episodio degli Animatrix come tratto i film di Hitchcock su cui devo lavorare per la tesi. Bisogna tenere sempre a mente l’evoluzione del cinema ed il suo carattere fondamentale di temporalità che, spesso, la critica tende a dimenticare, scambiando delle banalità per capolavori ed ignorando le vere perle di innovazione che l’industria ci propone.

E’ un progetto che mi piacerebbe portare a termine perché, come ho detto, il mondo di Matrix è molto complesso e lo è su molti livelli differenti, essendo una forma ibrida perfetta tra l’action movie e la pellicola da cineforum e vale la pena capirci qualcosa.

Approvate o non approvate?
Vi piace Matrix? Solo il primo o anche gli altri?
Fatevi sentire!



giovedì 10 giugno 2010

V per Visione




Parlando del film “V for Vendetta” bisogna premettere che non ci troviamo di fronte ad un comune action movie, ma a qualcosa di differente.
Il film dei fratelli Wachowsky fa parte di quella nuova generazione di pellicole che uniscono un virtuosismo tecnico ad una grande profondità di temi e contenuti. Queste vengono spesso premiate per la fotografia, il montaggio e la regia, ma poco compresi dal grande pubblico, in quanto trattano temi complicati e, alle volte, disturbanti. L’argomento che accomuna le produzioni di questi registi è, come in questo caso, la Vendetta.
Un secondo elemento che li associa è il costante utilizzo di citazioni. Tarantino è conosciuto dal pubblico come il regista delle citazioni, dagli spaghetti-western ai b-movie, dai primi horror italiani (Argento e Fulci) ai kung-fu movie degli anni 70 e 80. Basta prendere in esame il suo ultimo prodotto, Kill Bill, è una serie continua di scene prese in prestito da altri film. Molti lo apprezzano, ad alcuni non piace, ma comunque questa è la realtà e la cinematografia sta avendo buoni risultati grazie a queste pellicole.
Per parlare di questo particolare film (e non della graphic novel dal quale è tratto) mi piace sempre ripensare a quei pochissimi minuti del finale, dove viene espressa l’esplosività di questa pellicola. Ciò che, a mio avviso, lascia il segno, dopo la visione di “V for Vendetta”, è la potenza che sprigiona nelle singole scene, nell’uso dettagliato dei colori e delle luci, della musica e, ovviamente, della computer graphic. Come ho precisato in precedenza, la forza di questo genere di film è nella tecnica originale, grazie all’uso magistrale dei mezzi che il progresso ci fornisce.

Il film è devastante, è il manifesto di una rivoluzione su celluloide, è il genere di film che adoro. Una pellicola del genere riesce a comunicare in modo eccellente il suo messaggio, non lascia nulla al caso e al fraintendimento, è una vera e propria opera d’arte. E’ un film per coloro che non si accontentano di aprire la finestra di casa e osservare quello che li attende fuori, è per quelli che vogliono cambiare la realtà in cui vivono
Quando si aprono gli occhi per guardare il mondo ed è proprio questo mondo che non ci piace, è giunto il momento di cambiarlo. V per Vendetta aiuta a chiarire le idee, specialmente ad un ragazzo adolescente che deve decidere in questi pochi anni quale sarà il proprio futuro.

Ci troviamo in una Londra futuristica, leggermente retrò, di chiarissimo stampo orwelliano. Apprendiamo dal televisore acceso in camera dei due protagonisti che gli Stati Uniti d’America non esistono più, a causa di una grande guerra civile che ha portato al collasso la superpotenza. Nell’Inghilterra di questo ipotetico futuro prossimo vige una dittatura totalitaria. Lo slogan di propaganda di questo “Grande Fratello” è : “Unità attraverso la Forza; Forza attraverso la Fede“. Apprendiamo in seguito che ogni singola figura del governo è controllata da un consiglio superiore, presieduto da un dittatore: l’alto cancelliere Adam Sutler. L’informazione, la religione, la polizia ed i castigatori, una squadra di vigilanza segreta molto simile alle SS naziste o alle nostrane Camice Nere, sono gestiti dalla dittatura che si occupa di creare un clima vivibile per la nazione, nascondendo il totalitarismo dietro la maschera di una democrazia. Nonostante i vari tentativi del regime, i cittadini di Londra hanno il sospetto che la loro libertà sia minacciata e le squadre di repressione rinchiudono in campi di prigionia le minoranze etniche, religiose e sessuali.
In questo contesto si inserisce la figura di “V”: il protagonista senza nome e privo di un volto, salvo per la sua maschera, che riprende le fattezze del rivoluzionario inglese Guy Fawkes. L’identità del personaggio è celata in ogni suo piccolo particolare, infatti, la maggior parte delle frasi che pronuncia all’interno di film sono delle citazioni. Lui stesso non è altro che un grande riferimento, la rappresentazione vivente di un ideale più grande, come viene spiegato al termine della pellicola: “Era Edmòn Dantés. Ed era mio padre e mia madre, mio fratello, un mio amico, era lei, ero io, era tutti noi”. Non si è voluto dare al personaggio di V un’identità innovativa perché lui stesso è il frutto della società in cui vive e la racchiude completamente, nei lati positivi ed in quelli negativi. Ci ricorda quel solitario Fantasma dell’Opera, rinchiuso nel suo sotterraneo, ma non quello dell’Operà Populare di Parigi, bensì una zona nei pressi della metropolitana londinese, il quale ardisce una congiura contro il governo.

Scocca la mezzanotte, inizia così il 5 di Novembre, giorno di rivoluzione, il giorno della congiura delle polveri.
La Vendetta ha inizio, è il primo atto dell’opera, appunto, l’Ouverture.
Suonano le campane e dal nulla si espande una musica travolgente; V ed Evey si trovano sul tetto di un palazzo, ed il direttore di questa orchestra improvvisata è pronto per cominciare. Tiene il tempo con la bacchetta e solo dopo pochi secondi di attesa arriva il tanto bramato crescendo: il palazzo dell’Old Bailey esplode. Nel caos più totale risuona la musica di Tchaikovsky, l’Ouverture 1812, tema musicale più che caro alla rivoluzione russa, gli strumenti a percussione si confondono con le esplosioni e con mille fuochi artificiali di colori accesi, crolla una parte della tradizione inglese che rappresenta ormai solamente la dittatura.
Questo primo atto terroristico di V innesca automaticamente nello spettatore una domanda : Ma è realmente giusto tutto questo? Con il pretesto di una rivoluzione è possibile infrangere una legge morale, come può essere il “non uccidere”? Il quesito riuscirebbe a metterebbe in crisi il filosofo tedesco Immanuel Kant, colui che ha chiarito il problema della morale una volta per tutte nella sua “Critica della Ragione Pratica”, ma che ha parlato anche esplicitamente di diritto nella "Metafisica dei Costumi".
La tradizione filosofica britannica (ed in seguito americana), sul tema politico e delle libertà ragiona in maniera differente da quella tedesca, infatti, a partire dagli albori della rivoluzione inglese ci troviamo di fronte ai testi sul liberalismo e sulla tolleranza religiosa di John Locke e quelli utilitaristici di John Stuart Mill. Locke anticipa il pensiero politico della rivoluzione americana dichiarando con fervore quali siano i diritti dell’uomo, tra cui il diritto alla rivoluzione.
Dall’esperienza visiva di V for Vendetta apprendiamo che V è un convinto liberalista e la sua identità di terrorista o rivoluzionario, come viene definito dal governo inglese, diviene quella di un vero e proprio eroe e patriota, com’è lo stesso Guy Fawkes agli occhi del popolo inglese. Che V sia un convinto “Jeffersoniano” lo attesta una delle numerose citazioni, che, ironia della sorte, è divenuta la più famosa dell’intero film, nel quale esclama “Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli”. Da un punto di vista ontologico il film è permeato dall’idea nietzschiana del “Distruggere per Ricreare”, dove creare un mondo diverso è possibile (anzi, necessario) ma prima di tutto bisogna distruggere quello in cui viviamo.

Un elemento costitutivo dell’intera vicenda è quello che maggiormente mi ha colpito, la domanda che mi sono posto durante il film, quando la Vendetta stava per compiersi e la rivoluzione era quasi conclusa. Una volta che il vecchio governo crollerà, sarà lo stesso V a prendere il comando dell’intera nazione? Commetterà anche lui lo stesso sbaglio che commise Oliver Cromwell dopo la rivoluzione inglese? Speravo con tutto il cuore che questo non avvenisse e, per fortuna, il mio dubbio venne chiarito nelle scene finali.
V salverà l’Inghilterra dal regime totalitario, ma, allo stesso tempo si accorgerà di non essere adatto al nuovo mondo che lui stesso ha contribuito a far nascere. Lui, il figlio di una dittatura, è stato forgiato dal fuoco della Vendetta, esposto a diversi esperimenti da parte del governo, questo ha fatto crescere il germe dell’odio. E’ un mostro, se lo vogliamo guardare da questo punto di vista, ed è così che Evey lo chiamerà dopo averlo conosciuto in modo accurato.
E’ memorabile il confronto tra i due protagonisti nel momento in cui prendono consapevolezza dei propri veri sentimenti, quando aprono finalmente gli occhi per guardare il mondo. V scopre l’Odio e la Vendetta attraverso il fuoco e le fiamme di un grande incendio, Evey viene bagnata dalle fredde lacrime del cielo di Londra che implora di essere liberato dal grigio che la opprime, in questo modo lei stessa diviene la luce di un nuovo futuro per il mondo. È lei la vera erede di V, colei che ancora riesce a giudicare ingiusta un azione di vendetta e che mantiene una propria morale, solo lei avrà le capacità di comunicarle al mondo. V non è altro che un messaggero, lui ci annuncia un mondo nuovo, è Zarathustra, ma sicuramente lui non farà parte di questo futuro perché appartenente al passato, proprio come la dittatura. Non è un caso che nella notte del 5 Novembre V distrugge il Parlamento e abbatte il governo, ma allo stesso tempo viene ucciso da questo ed esplode insieme a lui nel treno bomba diretto verso i sotterranei. Il futuro è in mano ad Evey, oltreuomo di un oltremondo, o semplicemente, speranza di un futuro migliore.

Ancora una volta si compie la Vendetta, pochi secondi e nuovamente tuona nell’aria la musica di Tchaikovsky, il bagliore delle esplosioni è accecante, finalmente il Parlamento è saltato in aria. Durante l’ultimo movimento di questa Sinfonia di Distruzione, l’intera Londra si toglie la maschera di V, non ne ha più bisogno, ora è libera.




sabato 16 gennaio 2010

Pianto alla cantonese


Hachiko è un film piagnone. Bellissimo, poetico, struggente, ma piagnone da morire.

Come non tutti saprete, il plot pretende di essere una storia vera; ciò che è vero è che la sceneggiatura è stata prodotta dopo un grande lavoro di riadattamento o occidentalizzazione di una leggenda giapponese della prima metà del novecento, che a sua volta era stata trasposta su pellicola da Seijirô Kôyama nel suo “Hachiko Monogatari" del 1987.

Lo ammetto, purtroppo non ho visto il film originale, mi è capitato di vedere Hachiko [Hachiko: A Dog's Story – Lucky Red 2009] senza saperne assolutamente nulla, dopo aver incontrato Richard Gere ed il cagnolino protagonista del film sul red carpet del Festival Internazionale del Film di Roma. La situazione mi ha incuriosito e mi sono convinto a dargli una chance.

Al termine della proiezione, oltre al classico applauso da festival, c’è stata una soffiata di naso collettiva. Uscendo dal cinema ho visto l’intero gruppo delle spettatrici intente a rimettersi in sesto il trucco dopo averlo devastato da due ore di intenso pianto. Gli spettatori maschi, invece, me compreso, cercavano di mantenere un contegno nonostante il viso paonazzo e le guance solcate da una sola piccola lacrimuccia.

In quest’ultimo lavoro di Lasse Hallström è facile rilevare la grande influenza orientale (usa e getta) che il regista ha voluto esprimere, a livello di estetica dell’immagine, per mantenersi il più possibile fedele alla tradizione giapponese.

Quello che sicuramente mi ha colpito è stata la scelta cromatica molto accurata ed il costante lavoro fotografico per mantenere i toni sempre malinconici, da un certo punto di vista. Non esistono colori sfolgoranti in questo film, l’atmosfera e le gradazioni permettono all’immagine di acquisire una valenza “autunnale” che, ovviamente, è intonata con il manto del protagonista quadrupede.

Un secondo pregio del film è la colonna sonora. Vorrei concentrarmi sulla validità della musica come mezzo per trasmettere emozioni, poiché proprio di questo si occupa. Le note di un pianoforte accompagnano la visione del film dall’inizio alla fine, accostate, spesso, dalla potenza evocativa degli archi che, come sappiamo, sono lo strumento “emotivo” per eccellenza.

Immagine e suono riescono a produrre una grande armonia all’interno della pellicola, non sono due enti distinti e separati che viaggiano su uno stesso binario temporale. Si fondono insieme per creare una serie di sensazioni che permettono allo spettatore di essere predisposto emotivamente ad una determinata sequenza. Questo è, a mio avviso, il tocco magistralmente orientale che il regista ha voluto infondere alla sua creazione.

Al di là delle scelte di montaggio o del taglio delle inquadrature, che sicuramente contano molto nella definizione di una scena “alla orientale”, è l’armonia globale a fare di Hachiko un “bel” film da guardare. Il cinema giapponese, cinese e koreano dell’ultimo ventennio ha dettato le regole nel campo della composizione dell’immagine. La cura e l’attenzione che viene riposta nella composizione dei fiori (ikebana), della tavola durante la cerimonia del tè (chadoo) e della messa in scena delle opere teatrali (kabuki) è propria di una tendenza orientale nella coreografia delle immagini. In questo, Hachiko, lo ripeto, è un film “bello”, se mi permettete il termine nella sua accezione puramente estetica.

Ecco il tasto dolente, perché, ovviamente, c’è un tasto dolente.

Hachiko con Richard Gere è un film americano, non un film giapponese. Questo sembra ovvio a prima vista, ma, ad una visione più attenta diviene addirittura disturbante.

Cosa voglio dire, mi spiego.

Lo spirito e la cura di un film orientale è fondamentalmente diverso dall’attenzione che viene riposta in un film americano. Nella società del grande consumismo e nella patria indiscussa del capitalismo tutto viene fatto per un motivo, ogni atto è finalizzato ad un effetto. Anche l’arte, purtroppo, diviene industria. Ne abbiamo parlato in passato riguardo alla comicità, non vorrei ripetermi, ma purtroppo anche nel genere drammatico (e come vedremo in futuro, specialmente nell’horror dove la linea per sconfinare è veramente molto sottile) si rischia di rendere un film piagnone.

Ogni sequenza è finalizzata alla commozione o all’intenerimento dello spettatore nei confronti del piccolo cagnolino. Oltre ai milioni di close-up sul muso e sulle espressioni (?) di Hachi, vengono addirittura adottate delle soggettive in bianco e nero per permettere allo spettatore di avvicinarsi sempre di più alla figura del protagonista fino ad identificarsi con lui nel catartico finale.

Il tocco “occidentale” che svia il messaggio del film dalla sua pretesa di “orientalismo“ è finalizzare una buona storia ed un bel film (ricordate il “bello” di prima, rieccolo) a far piangere, toccando quel masochistico piacere inconscio dello spettatore con elementi classici come : il cagnolino, il padrone amorevole che muore, l’attesa costante e la fedeltà eterna di questo, ed il finale che non vi svelerò.

In definitiva, probabilmente l’Hachiko giapponese sarà stato un film interessante, ma quello americano è un pretesto per versare lacrimoni ed uscire dal cinema emotivamente instabili ma stranamente soddisfatti.

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P.S. : Nel film, in un ruolo marginalmente importante, figura Cary-Hiroyuki Tagawa che molti di voi ricorderanno per aver interpretato Shang Tsung nel film di Mortal Kombat... giusto una nota thrash per gli amanti del genere :-)

martedì 5 gennaio 2010

Il (Non) Senso della Vita

Ultimamente ho iniziato ad occuparmi di comicità, probabilmente è un periodo in cui ho voglia di ridere, ma senza far perdere mai al mio occhio gli aspetti critici che lo caratterizzano.
Con la fine dell’anno ho voluto ripercorrere l’itinerario mentale delle produzioni che più mi hanno divertito negli ultimi tempi; quelle serie tv senza le quali non potrei mai vivere, quelle geniali commedie che mi lasciano incollato allo schermo, le battute che ricorderò per anni e anni e non smetteranno mai di farmi ridere.

Parlavamo, la settimana scorsa, delle differenze culturali evidenti tra la comicità americana e quella italiana, passando saltellando anche attraverso quella anglosassone. Questa volta vorrei concentrare il discorso proprio su quest’ultima, ricorrendo ad alcuni dei maestri della risata “all’inglese”: il gruppo dei Monty Python.
Per avere una visione completa e, soprattutto, chiara sul talento di questo gruppo di attori/autori è necessario dividere la produzione rivolta alla sala cinematografica da quella diretta ad un pubblico televisivo, con le sue tempistiche e regole di messa in scena. Infatti, gran parte della produzione comica televisiva britannica di questo decennio è stata contaminata dalla lezione di John Cleese & Company.
Il primo esempio, capostipite della figliolanza dei Python, è Little Britain.
Inglese fino al midollo, farcito di quell’audacia tipicamente british che riesce a divertire parlando di omosessualità, falsi paraplegici, obesità e razzismo. Avrei potuto aggiungere “senza mai scadere nella volgarità” ma non sarebbe stato assolutamente sincero da parte mia. La comicità del duo Matt Lucas e David Walliams è volgare, da morire, così come lo è gran parte della produzione comica inglese. Eppure, in questo caso come in altri, la volgarità riesce ad avere un senso ed un chiaro ed esplicito movente, quello di scuotere l’opinione pubblica e scrollarsi di dosso quella nomina di comici con la bombetta politicamente corretti in stile Laurel & Hardy o Mr. Bean. Non posso neanche dire che spesso non sia di cattivo gusto, ma, come ho appena detto, loro voglio essere maleducati per abbattere l’inutile distinzione tra buon gusto e cattivo. Mi torna in mente la tradizione del romanzo vittoriano che, a quanto pare, non ha mai abbandonato il cuore degli inglesi nelle forme del linguaggio utilizzato sulla BBC.

Proprio qualche giorno addietro, invece, ho avuto il piacere di vedere nuovamente uno dei capolavori cinematografici dei Python: il film “The Meaning of Life” [Monty Python's The Meaning of Life, 1983], dove si alternano sequenze surreali legate da una sola domanda: “Qual è il senso della vita?”. Ovviamente non mancano, come sempre, delle frecciatine alla storia della filosofia e ai numerosi tentativi da parte dei filosofi di tutto il mondo di dare una risposta a questo mistero che, apparentemente, deve rimanere tale.
La forma cinematografica del film è data dal filo conduttore che lega i numerosi sketch che, altrimenti, avrebbero ricalcato la classica struttura televisiva del programma The Flying Circus di cui i Python comparivano nelle vesti di interpreti ed autori principali.
L’opera mantiene la dissacrante comicità alla quale siamo abituati ripercorrendo il destino dell’uomo come individuo dalla sua nascita alla sua morte, riflettendo in maniera quasi esistenzialistica sull’assurdità degli avvenimenti che accompagnano questo nostro cammino. Il film non viene concepito come opera “ontologica”, non vuole rivelarci il senso della vita, ma vuole farci intendere quanto assurdo possa essere anche solo il porsi di questa domanda.

Pochi giorni dopo la visione di questo film, scartabellando e rovistando nella memoria del mio fido “quadratino” (un giorno magari vi parlerò anche di lui, ma non è oggi il caso) ho trovato una pellicola che cercavo da molto tempo che, mai come in questo momento, ho pensato potesse fare al caso di cui stiamo trattando.

Il film di cui mi occuperò, nell’analisi parallela al film dei Python, si chiama “The Ten” del regista David Wain [The Ten, Delta Pictures 2007]. Nei 93 minuti della pellicola si alternano dieci storie ispirate ai dieci comandamenti, come se volessero, in qualche modo spiegarli o dare loro una sorta di giustificazione. In ogni modo, le storie illustrano personaggi ed eventi ispirati ai comandamenti e sono introdotte da un Paul Rudd che, spesso, trascende il compito di presentatore per permettersi di lamentarsi della propria vita coniugale. Devo dire che questa pellicola non ha mai raggiunto il successo che sperava, specialmente nel mercato italiano, viene infatti considerata un flop dalla critica, la quale, spesso in maniera fin troppo leggera, la bolla con l’aggettivo “volgare” lasciandola cadere nel dimenticatoio.

Un commento che ho letto spesso a proposito di questo film è stato (parafrasando un pochino l’opinione comune): “Mi sembra assurdo andare al cinema e vedere Winona Ryder accoppiarsi con un burattino di legno o Adam Brody lanciarsi da un aeroplano e rimanere vivo, ma conficcato nel terreno come una bandiera”. Devo darvi ragione, come spesso accade, quello che avete visto è assurdo. Lo è, ma non vuol dire che queste assurdità non siano state appositamente scritte e prodotte per un motivo.
Come accade per “The Meaning of Life”, anche la rilettura grottesca e dissacrante della religione tende, questa volta apertamente nel numero musicale conclusivo, a sottolineare quanto sia assurda l’imposizione di una legge antica di più di 2000 anni addietro. I dieci comandamenti della tradizione ebraico/cristiana vengono sintetizzati in una sola “legge”: la legge dell’amore. Il messaggio conclusivo del film, dal sapore vagamente hippie, ha comunque una sua valenza etica che in termini filosofici viene discussa da molto tempo.

Cosa voglio dire, in conclusione?

L'assurdo è nelle nostre vite, nei nostri film e nella nostra morale. Per quanto possa essere difficile da accettare, anche un film che si limita a constatare questo assurdo e a non affermare niente di particolare, ha una sua valenza. L'assurdo non è privo di significato da un punto di vista formale, ma tende a svuotare la tradizione di un significato superato, rivoltandola come un calzino.
Anche il cinema comico, facendoci ridere, trasmette un messaggio non indifferente. E proprio la risata, per quanto "assurda" possa essere, ci permette di accettarlo con un sorriso sulle labbra.

domenica 20 dicembre 2009

Recensione 1°... Basta che funzioni ...

Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Attori: Larry David, Evan Rachel Wood, Henry Cavill, Patricia Clarkson..
Paese: USA 2009
Genere: Commedia
Duranta: 92 minuti

C'è chi dice che Allen azzecchi un film ogni tre, e dopo aver subìto "Vicky, Cristina Barcellona" e "Cassandra's dream", devo dire che forse questa teoria non è poi cosi infondata. Con “Basta che funzioni (Whatever works)” sembra di riassaporare l'Allen dei tempi ormai andati. Non sarà certo il suo film più riuscito, e forse non diventerà un cult, ma se si ha voglia di passare un paio d'ore davanti ad uno schermo, di questi tempi non c'è niente di meglio!. Boris Yelnikoff (Larry David) dopo aver fallito come marito, come professore e come aspirante suicida, si ritrova con una gamba offesa ad ossessionare gli amici che gli restano con logorroici discorsi sull'inutilità del tutto. Autoproclamantosi genio nella meccanica quantistica, addirittura preso in considerazione per il Nobel per la fisica, lo troviamo in un appartamento nel Village Newyorkese pagato con un lavoro come insegnante di scacchi. L'incontro fortuito con Melody (Evan Rachel Wood) una giovane ragazza del Mississipi trovata sulla porta di casa, dopo vari tentativi convincerà Boris ad accoglierla sotto il suo tetto. Irrimediabilmente “stupida” e indottrinata da genitori bigotti, finirà per diventare un punto fermo della vita di Boris che, nonostante la sua misantropia, e il suo cinismo senza confini riuscirà finalmente a riconsiderare le sue teorie sulla vita e sull'amore, dando un tono più dolce alla visione tetra e insensata della sua contorta realtà.

Una sceneggiatura senza sbavature porta lo spettatore su un percorso prestabilito di emozioni, tra pungenti dialoghi e situazioni paradossali, un Larry David in ottima forma mette in scena un personaggio che a molti potrebbe sembrare quasi un alter-ego dello stesso Allen, con i suoi tic, le sue idee e ciò che ne consegue. Non molto convincente l'interpretazione di una Evan Rachel Wood, che fa intuire una certa inadeguatezza dell'attrice nei panni di un personaggio cosi lineare a prima vista, che durante il film risulta più importante di quanto sembri. I ruoli marginali vengono intepretati con destrezza da un cast stellare che accompagna la pellicola in una “visone dell'insieme” veramente ottima. Tutto sommato una Comedy che veramente lascia il segno, e che andrebbe vista almeno due volte per essere apprezzata fino in fondo. Non voglio dilungarmi troppo esaminando un film del genere, che risulta essere più che altro un modo per passare un po' di tempo in allegria, con una bella dose di sarcasmo senza cadere nel grottesco, ed arrivando al massimo a mandare qualche messaggio d'autore e riflessioni sul senso della vita. Detto questo in tutta franchezza sta a voi giudicare... ma in fin dei conti... basta che funzioni.

Per farci due risate ... ma neanche troppo!


Serata in compagnia, serata di risate, l’ottima cornice per una commedia da guardare in Tv.
Magari il 90% degli italiani in questo periodo natalizio si dirige in massa al cinema per farsi contagiare dalla febbre del
Cine-panettone e lasciarsi deliziare dalle splendide grazie della bellona di turno, dalle espressioni plastiche dell’erede di De Sica e dalle classiche espressioni in dialetto che coloriscono il nostro bel paese. Il mio occhio (scavatore), mi dico, merita di meglio.
Per concludere in bellezza questa serata di divertimento ci dedichiamo al cinema comico; prendendo un virtuale aereo e, dopo una traversata oceanica non indifferente, ritrovandoci al sole tropicale delle Hawaii con “
Forgetting Sarah Marshall” ["Non mi scaricare," Universal Pictures 2008].
Vi dico la verità, questo film l’ho già visto, ma non una, almeno almeno altre 3 volte. Eppure continua a farmi ridere, continua a farsi guardare con gioia; citando Ben Stiller nell’episodio pilota della serie britannica “Extras”: "Posso prendere un orfano e fargli vedere Dodgeball in dvd, riderebbe a crepapelle ma sarebbe sempre un triste orfano, cosa potrei fare per lui? Potrei fargli rivedere Dodgeball ancora una volta, riderebbe ancora, ma dopo la sesta, settima volta… probabilmente riderebbe ancora.

Non ho intenzione di fare una recensione di questo film, non credo ce ne sia bisogno. Non ha particolari tematiche che andrebbero approfondite, è una semplice storia d’amore con tanti attori famosi e comparse divertenti. Mi limito a dire che il film mi piace, non voglio dare un valore universale al mio giudizio. É una mia opinione (qualche reminescenza da terzo liceo? La “doxa” di Parmenide e Platone? Dai che ve lo ricordate), forse non è un bel film o una pellicola imperdibile, ma sicuramente è un film che mi diverte.
La domanda, ora, mi sorge spontanea. Eliminate tutte le opinioni e cercando di scavare nella radice del genere comico contemporaneo, per quale motivo un film del genere mi rallegra la serata ed un Cine-panettone me la rattrista? Non ho il tempo di dilungarmi sul confronto tra il genere della commedia americana (in questo caso, influenzata da quella britannica per la presenza del geniale Russel Brand) e quella italiana, per cui parlerò direttamente del film “Forgetting Sarah Marshall” rispetto ad una qualunque commedia Cine-panettone diretta dai Vanzina o da Neri Parenti.
In prima istanza avevo pensato di buttarmi sul giudizio moralista, una mia costante, ma, pensandoci bene, dal punto di vista linguistico e visivo, il film scritto ed interpretato da Jason Segel è molto volgare. Parolacce a valanga, scene (più o meno esplicite) di sesso, comicità fisica e qualche battutina facile. Gli ingredienti classici di una commedia degli ultimi anni, specialmente in terra statunitense, dove i componenti del Frat Pack si alternano alla scrittura, regia ed interpretazione di moltissimi film all’anno.
Per cui non posso giudicare male un Cine-panettone per la sua volgarità, dato che ormai è una componente fissa della comicità mondiale.
Ciò che ho pensato in seguito si è rivelato molto più fruttuoso, ossia, non mi lamento della insulsa trama di questi film italiani, perché ve ne sono altrettanti molto più idioti in terra straniera. Posso citare le saghe dei vari “Disaster Movie”, “Epic Movie”, “Decameron Pie”, ecc. Non sono esterofiliaco fino a questo punto. Non amo il cinema nostrano, questo è vero, ma se mai partoriremo un buon prodotto filmico sarò il primo ad accettarlo tra le mie braccia e coccolarlo (magari cantando una bella canzoncina di Sanremo, mangiando la pizza, vestito da Pulcinella).
Ancora una volta, non posso giudicare male un Cine-panettone per la sua trama inconsistente, dato che, anche questa, purtroppo, è una componente importante di un certo genere di film.
Ora, raccolti gli ingredienti per un film comico, sono in grado di analizzare il “cosa ed il come”, ossia la sostanza di un una pellicola è composta, il suo contenuto e la sua forma. Eppure manca qualcosa. La parte che, secondo me, è fondamentale per permettere finalmente di esprimere il mio giudizio su questi due film: manca il “perché” tra le mie considerazioni.

La domanda più naturale che mi posso porre. La domanda che sono abituato a pormi.

“Perché Natale in India (o in crociera, o ai caraibi, o a New York o dove vi pare) è, ai miei occhi, un film triste, rispetto a Forgetting Sarah Marshall?”
Perché quella del Cine-panettone è un’industria. Una catena di montaggio, una banale rappresentazione su pellicola cinematografica di ciò che la gente vuole vedere al cinema. Un film del genere è stato prodotto per fare soldi, nient’altro. Pubblicità, pubblicità, pubblicità. Ai luoghi di vacanza, alle nuove marche di cellulari, alle vallette che monopolizzeranno la televisione nazionale per tutto l'anno a venire, per i calendari delle stesse, per la povera carriera di comici esordienti e privi di idee proprie per fare film, di ideali di vita da vendere e da comprare. Roba finta, fondamentalmente è roba finta.
Anno 2009, presentazione di “Natale a Beverly Hills”, intervista a Christian De Sica che dichiara : “Ormai la trama ce la siamo scordata!”. Non gli interessa, non è per quello che fanno il film. È senza dubbio una cosa imbarazzante. Lo è per loro come lo è per il qualsiasi regista americano che viene “comprato” per girare un film su commissione di cui non ha cura e interesse.
Forgetting Sarah Marshall è, senza dubbio, un film migliore perché è stato concepito come un film migliore. È stato accudito fin dalla nascita, gli sono state fornite le cure necessarie per crescere e maturare. Ha un “senso”, ha un “perché” che rientra nell’ambito dei “perché cinematografici”. Come direbbe Kant, ha un buon movente, il suo movente è esso stesso. Questa è l’unica cosa che fa di un film un vero film e non un prodotto cinematografico qualunque. Che sia, italiano, francese o girato con un cellulare da un ragazzino in canottiera, il cinema deve vivere della passione di chi lo supporta, come l’arte in generale, altrimenti diventa merda. Ma non “Merda d’artista”, merda e basta.