giovedì 1 ottobre 2015
The Green Inferno vs. Cannibal Holocaust: Cannibali a confronto.
lunedì 31 gennaio 2011
Giappone nichilista
Ultimamente ho partecipato alle proiezioni della retrospettiva Nihon Eiga al Cineclub Detour, queste serate si proponevano l'intento di espandere l'orizzonte visivo dello spettatore cinefilo amante del Giappone. Mettere tanta carne al fuoco e assaggiare un pochino di tutto, così come da tradizione della cucina orientale, perché il Giappone non è solo l'animazione di Miyazaki o l'horror di Ringu (per dirne uno).
Per questo piccolo articolo vorrei proporre un confronto, sempre sul fronte giapponese, di due film che si differenziano per stile e per contenuto ma che riflettono entrambi sulle sorti del Giappone contemporaneo.
La prima pellicola è l'esordio alla macchina da presa del celebre regista/attore Takeshi Kitano: il film è Violent Cop del 1989. La seconda pellicola è più recente e, forse, meno conosciuta: Kamikaze Girls di Tetsuya Nakashima del 2005.
Kitano ci mostra un poliziotto che, accantonando l'etica e ogni forma di inutile buonismo, guarda in faccia l'odio ed il fondo nero dell'esistenza, per abbracciare in pieno il nichilismo e agire di conseguenza, annullando il male alla radice. Il poliziotto violento con il volto di Kitano è l'esempio dell'uomo attivo di stampo nietzschiano/deleuziano, che trascende ogni forma di morale e agisce unicamente secondo la propria volontà (di potenza).
Non è per niente facile compiere una scelta di questo tipo. Si travalica ogni confine di umanità, di pietà e si vive perennemente al limite tra la bestia e il dio. Infatti, il protagonista del film è tormentato da sensi di colpa a differenza degli eroi senza macchia e senza paura delle pellicole americane.
La sequenza conclusiva di Violent Cop è l'emblema, non solo del cinema di Kitano, quanto di una vera e propria weltanschauung di stampo superomistico, dove l'eroe è pronto a sacrificare qualunque cosa, anche i suoi affetti e la sua stessa vita, per sradicare il male dal mondo e ricominciare daccapo.
Cosa avviene di simile in Kamikaze Girls? E cosa di meno simile?
Chi ha visto il film mi starà prendendo per pazzo perché, oltre gli occhi a mandorla dei personaggi, non sembra esserci niente che leghi queste due pellicole. Anche a livello di autorialità del film, uno è di Takeshi Kitano, un maestro della cinematografia, e l'altro è di un regista sconosciuto e rivolto ad un target di adolescenti.
Lasciatemi spezzare una lancia in favore di questo film che, dal punto di vista registico, ho trovato veramente ottimo. Alcune sequenze sono molto originali come messa in scena ed il lavoro di montaggio è altrettanto buono. Purtroppo i dialoghi sono completamente idioti. Peccato.
La protagonista, Momoko, vive nello stesso Giappone in cui vive Kitano ed è immersa nella stessa realtà. La sua reazione, però, a differenza di quella del nostro eroe dal grilletto facile, non è per nulla attiva ma estremamente reattiva. Guardando il fondo del baratro ed il volto unto e schifoso della vita, la risposta di Momoko è la creazione di un mondo fittizio pieno di dolcezza, fronzoli e canzoncine.
La nostalgia di cui ci parla Nietzsche, ossia il maniera sbagliata di guardare al passato, viene ripresa da Momoko nella sua opera di rivisitazione del periodo Rococò tramite la riattualizzazione dello stile Lolita.
Sempre per sottolineare il valore (e la sua responsabilità etica) che il cinema ha nel rapporto tra realtà e immaginazione, vi propongo questo divertente filmato, che molti di voi avranno già visto postato su Facebook, che ha stimolato intellettualmente il sottoscritto per la stesura di queste riflessioni. Enjoy!
lunedì 4 ottobre 2010
Incestuous - Il figlio bastardo di Freud e Nolan
Premetto che, complessivamente, il film mi è piaciuto. Sono uscito soddisfatto dalla proiezione. Questo è assolutamente ininfluente al fine della mia analisi, però, per i pochi che se lo chiederanno, sapranno che non parto da preconcetti.
Un po' come avviene in Matrix, questa pellicola unisce grandiose sequenze d'azione ad un discorso teorico molto interessante. Nolan costruisce una vera e propria architettonica (elemento fortemente presente all'interno della trama) del cinema contemporaneo, strutturando la messa in scena in una serie di livelli differenti, analogamente alla struttura della coscienza umana.
Inception non è affatto un capolavoro. E' un esperimento interessante, una variazione ad un tema che negli ultimi anni sta prendendo molto piede all'interno della cinematografia mondiale, specialmente hollywoodiana. Forse i film esplosivi non rendono più come prima, avendo sfruttato fino all'osso il genere dell'action movie fino a renderlo una pagliacciata (consapevole) alla Expendables, per cui tra le esplosioni si cerca di inserire qualche elemento nuovo. Il film di guerra ha stufato, proviamo a trasportare la guerra su un differente piano.
Come abbiamo iniziato a vedere negli articoli precedenti, ma vedremo meglio sicuramente in seguito, i Wachowski con Matrix hanno costruito un ponte tra il mondo virtuale e quello reale. Molte esplosioni, effetti bullet-time e cazzotti, ma anche una solidissima struttura filosofica che abbraccia l'intera cultura occidentale degli ultimi 500 anni.
Recentemente, è stato osannato allo stesso modo il film di James Cameron che, utilizzando lo stesso stratagemma, ha creato un prodotto più “per famiglie” saccheggiando la trama di romanzi per ragazzi e lungometraggi animati, ma valorizzando il tutto con una serie di splendidi virtuosismi tecnici.
Inception è stato prodotto a distanza troppo ravvicinata da Avatar e Matrix. Vedendo questo film ho provato una sensazione di deja-vù costante. Addirittura la macchina con i cavetti che ti permette di entrare ed uscire da un sogno, per quanto questa idea possa essere terrificante da un punto di vista psicanalitico (ma ci arriveremo), rimanda moltissimo ai famosi “jack” che vengono utilizzati da Neo e compagni per collegarsi e scollegarsi da Matrix.
Devo apprezzare il fatto che Nolan, a differenza dei Wachowski, non ha reso note le sue fonti di ispirazione. Non ha fatto la citazione furbona di Freud o parlato apertamente dell'Interpretazione dei Sogni, evitando qualunque tipo di riferimento alla famosa dottrina psicanalitica. Purtroppo, però, a meno che lo spettatore al cinema non sia A) ignorante totale o B) laureato in psicologia, il paragone nasce spontaneo. Ma dato che, né A né B sono la norma al cinema, nessuno si è permesso di muovere dei paragoni.
Iniziamo con una piccolissima e puntigliosa precisazione di carattere terminologico che, però, mi ha infastidito durante tutta la proiezione come una scheggia di legno nel dito. Il personaggio interpretato da Leonardo Di Caprio ed i suoi colleghi parlano spessissimo di una cosa chiamata “SUBCONSCIO”. Ora, io non sono laureato in psicologia, ma ne capisco abbastanza da sapere che il subconscio, in psicanalisi come in ogni altra possibile teoria del sogno, non esiste! Non è altro che una errata traduzione di INCONSCIO. L'errore, però, non è da attribuire al povero Nolan che, nel suo piccolo, ha sempre parlato di “subconscious”. In inglese, infatti, il termine funge da sempre come un sinonimo povero di “unconscious”. Lo stesso Freud, però, ha dichiarato : "We shall also be right in rejecting the term 'subconsciousness' as incorrect and misleading” poiché crea una gran confusione per nulla.
La critica più grande che voglio fare a questo film, però, è un'altra. Una critica strutturale.
Il film è intelligentemente organizzato a livelli, la messa in scena è coordinata al millimetro e le spettacolari sequenze d'azione ci trasportano in un mondo sempre diverso, come scatole cinesi. Addirittura, si ipotizza che uno dei sognatori possa fungere da architetto e modellare il materiale onirico a suo piacimento, ordinando, così come un regista (ed il paragone non è affatto casuale) l'immaginario delle persone.
Più ci si immerge nel ”subconscio” (…) e più le cose cambiano. Il tempo si dilata e si amplifica la portata degli effetti degli agenti esterni sul sognatore stesso. Una gocciolina d'acqua sul viso potrebbe suggerire alla mente lo stimolo del bagnato e sognare della pioggia, o un mare, o una cascata (o di andare al bagno). Andando sempre più in profondità si scoprono degli elementi, appunto, inconsci, come nel caso della moglie del protagonista che “sedimentano” nei suoi sogni da molti anni. L'elemento, veramente poco sfruttato, dei Totem.
Questi che ho appena riassunto sono, secondo me, i punti di forza dell'intera pellicola. Degli elementi sicuramente interessanti che hanno permesso al regista di creare una dimensione “di sogno” (e non “sognante”) hollywoodiana. Sono quelle cose che fanno bene al film, per dirla in breve, che lo rendono godibile.
Allo stesso modo, però, ci fanno capire che lo stesso Nolan ha arrabattato una serie di nozioni dal famoso testo freudiano e le ha organizzate a suo piacimento, dimenticando completamente il senso dell'intera interpretazione del sogno: il fatto che è, appunto, interpretazione. Ermeneutica, come ne parla Hegel, la nottola di Minerva. Non è possibile organizzare un sogno in maniera cosciente e viverlo da “sveglio”, poiché l'unico modo che abbiamo di penetrare il nostro inconscio è proprio nella sua interpretazione a posteriori, dopo che il sogno è avvenuto, per quel poco che ricordiamo. Il tutto tramite l'aiuto di un professionista, come, appunto, uno psicanalista.
Ora, caro Nolan, potevi creare ex novo una dimensione onirica come hanno fatto molti registi prima di te (vedi David Lynch in primis, che ci campa da molti anni con queste cose) oppure riprendere le nozioni freudiane ma senza interpretarle a tuo piacimento, attenendoti al piano, come nel caso del maestro Alfred Hitchcock (cito Psycho e Spellbound – Io ti salverò).
Inception, lo ripeto, è un bel film, ma non è affatto un capolavoro perché non ha gli elementi che lo caratterizzano come tale. Grandiosa la regia, le interpretazioni, gli effetti speciali, l'idea di fondo, ma non ha molta coerenza formale.
domenica 12 settembre 2010
La Matrice di Matrix
martedì 4 maggio 2010
Yes Man o Über Mensch ?
Nella prima categoria figura spesso l'attore Jim Carrey. Nella seconda, anche.
Oltre alle stra note doti comiche dell'attore americano, ultimamente abbiamo avuto il piacere di vederlo recitare in alcuni ruoli più profondi, spesso tralasciando anche la venatura divertente.
Per citare qualche titolo : “The eternal sunshine of the spottless mind” ; “The number 23” ; “The Truman Show” e l'ultimissimo “I love you, Phillip Morris”, tutte pellicole di grande valore artistico sulle quali spero vivamente di potermi soffermare in seguito (e magari lo faccio pure). Per una questione puramente cronologica, però, mi piacerebbe parlare di un altro film che magari in molti hanno visto ma hanno facilmente sottovalutato: “Yes, Man!”
Sintetizzando al massimo, questa è la storia di un singolo uomo che un bel giorno decide di cambiare vita e assumere come imperativo categorico il “Si” in ogni situazione possibile ed immaginabile. Moglie nuova importata dall'estero? Si. Lezioni di una lingua inutile? Si. Partecipare ad un tristissimo party a tema Harry Potter? Si!
Non importa il COSA, è necessario accettare.
In realtà è molto semplice come trama, alla lontana ci potrebbe ricordare “Liar, liar” o “Bruce almighty”, sempre (non a caso) con Jim Carrey nei ruoli principali, per le modalità di sviluppo degli eventi, anche se in questo caso non c'è nessuna magia di fondo. La decisione del protagonista di dire di “si” a tutto ciò che la vita gli presenta è presa consapevolmente, forzando la propria volontà e cambiando radicalmente modo di vivere.
Proprio questa è la chiave per interpretare le intenzioni mature di questo film. Si differenzia contenutisticamente dalle classiche commedie paradossali americane dal fatto che gli eventi sono, in un certo modo, fuori dal comune ma niente è fantastico. Non è costretto da nessuno, potrebbe scindere questo patto da un momento all'altro, non c'è nessun elemento esterno che lo obbliga, nessuna fidanzata lo lascia (oddio, in realtà si, però è fondamentale per acquistare la consapevolezza) e nessun bambino conta su di lui per avere nuovamente una famiglia riunita e felice.
- Il protagonista prende in mano le redini della sua vita inconsapevole e, per viverla al meglio, si basa su un concetto, un'idea, seguendola ciecamente in un primo periodo, per poi interiorizzarla completamente in un secondo momento. Il “si” rientra nella definizione kantiana del termine “formale” indicando la modalità (accettare sempre) ma mai il contenuto dell'azione da compiere, che varia in ogni caso. Questo primo momento della vita di Carl coincide con il primo tempo del film, dove il protagonista compie la scelta fondamentale di diventare uno YES MAN (allontanandosi dal suo stato attuale di NO MAN) senza neanche sapere di cosa si tratti, proprio perché necessita di un cambiamento di prospettive.
- Il secondo momento implica, invece, una riflessione da parte di chi compie l'azione. Non c'è più la cieca fedeltà all'ideale, perché proprio questo è stato demolito dalle parole del “guru” del film (il fondatore degli Yes Man) per cui anche l'imperativo smette di essere categorico e viene, finalmente, posto sul piano del dubbio. Avviene in questo modo quel passo avanti che, a mio avviso, è fondamentale per comprendere il grande apporto “benefico” di questo film verso chi lo guarda. Carl accetta le possibilità dell'esistenza ponendosi in maniera positiva verso di questa, senza accettare tutto inconsapevolmente, ma neanche rifiutando ogni novità che gli viene suggerita. Ora lui ha le capacità per valutare il meglio all'interno di una situazione. Il “Si” è ormai parte di lui, non ha più bisogno di imporsi sulla sua volontà, perché questa si è automaticamente conformata al si.
Carl ha detto “si alla vita” così come ci consiglia Nietzsche, ha ascoltato la sua volontà e ne ha fatto potenza.
In secondo luogo rientra a pieno nelle tematiche etiche che sono solito trattare nei miei studi in filosofia, infatti, il “passo avanti” di cui parlavamo è molto simile a quello compiuto dall'etica fenomenologica rispetto a quella kantiana. Il merito di Husserl, padre della fenomenologia, nelle sue "Lezioni di etica formale", è stato quello di ridare senso all'esistenza. Di colmare nuovamente il contenuto dell'azione morale.
Non ha senso dire di si a tutto, questo lo si capisce benissimo dalle avventure/disavventure di Carl. E' solamente il primo passo questo, fondamentale per l'apertura verso la vita, è necessario però completare questa esperienza e rendersi protagonisti delle proprie scelte fino in fondo, senza lasciarsi accecare da un principio, per quanto “buono” possa essere. Parlo anche di guerre sante, fondamentalismi e di tutte quelle dottrine che chiudono gli occhi invece che aprirli definitivamente.
L'etica della scelta è presente nel finale del film, come aspetto conclusivo di un processo lungo e faticoso che implica una grande forza di volontà che anche un personaggio, apparentemente inetto, come quello di Carl riesce a trasmettere.
Jim Carrey, come sempre, riesce a farci ridere (e parecchio!) ma questa volta ci parla di noi stessi e di come è possibile cambiare senza lasciarsi andare. Vi segnalo una sequenza (click please!), veramente molto divertente, dove al protagonista viene rimproverato proprio il fatto di essere sempre stato un “morto vivente”.
lunedì 29 marzo 2010
Strade perdute e Strade ritrovate
Nel bene o nel male, conosciamo tutti David Lynch.
Chi non ha mai sentito dire dal suo amico cinefilo di fiducia: “Ma l'ultimo film di Lynch è un capolavoro!”, oppure, “Ma l'hai visto l'ultimo film di Lynch? Secondo me neanche lui sapeva cosa voleva dire!”. Ci sono opinioni contrastanti come su ogni artista che si rispetti. Si parla di Lynch, non ci si limita a dire che un suo lavoro è “bello” o “brutto”, utilizzando categorie estetiche, per nulla adatte al lavoro della critica cinematografica, di cui spesso di abusa. Si discute, c'è sempre uno scambio di opinioni e, citando Paolo Bertetto, Lynch costringe lo spettatore ad interrogarsi su ogni singolo movimento di macchina presente nelle sequenze di uno dei suoi film. I suoi film vanno interpretati, non ti lasciano sicuramente senza nulla da dire.
Quello che ancora mancava nell'elenco della filmografia di Lynch era un film che facesse riflettere attraverso le modalità tradizionali della riflessione filmica. Con calma e lentezza. Ed è proprio questo l'intento del regista nella pellicola del 1999 che ho intenzione di analizzare: The Straight Story [Una Storia Vera - 1999 - Walt Disney Pictures] .
Mi sono servito di Lost Highway per fornire un utile contrasto all'interno della filmografia del regista americano. In The Straight Story, girato nel '99 subito dopo il film del '97, avviene il procedimento inverso. L'anziano protagonista ritrova se stesso sulla strada, non si perde affatto. La sua identità non è molteplice o frastagliata, confusa nella frenetica vita del musicista che sospetta un tradimento dalla bellissima moglie. Alvin Straight è deciso a percorrere 317 miglia a bordo di un tagliaerba ed è sicuro della sua decisione, perchè questo è il modo in cui lui vuole compiere questo viaggio. Si è detto spesso che, in questo film, Lynch ha ridefinito il canone del “road movie”, ma non mi trovate troppo d'accordo con questa definizione. Il “road movie”, così come molti altri generi di film, possono essere frastagliati e differenti tra loro. La strada è quell'elemento imprescindibile che deve essere rispettato in maniera quasi religiosa quando si decide di girare un film del genere. Il modo in cui si approccia all'argomento, poi, è variabile. Il ritmo che si vuole dare al viaggio, la direzione e le soste lungo la strada sono decise ad arbitrio di chi dirige la macchina, non a caso, il regista è un “director”.
Non è neanche un caso che questo film sia stato girato subito dopo il film del '97. È come se il regista volesse prendere una piccola pausa di riflessione. Una vacanza dal suo stile così intenso di dirigere e trasferirsi in campagna per qualche tempo, affrontando tematiche più terrene, più comuni mantenendo comunque l'universalità dei film precedenti.
Non è un caso che, una volta giunto al termine del percorso, riuscirà a concedersi una birra gelata senza avere il timore di cadere ancora una volta nel baratro dell'alcool.
Il viaggio di Alvin è un viaggio fisico o una traversata spirituale? È entrambe le cose.
Chi non conosce bene Lynch può non sapere del suo impegno umanitario e della sua associazione collegata direttamente alla pratica della MT, la Meditazione Trascendentale, che il regista pratica da ormai molto tempo. Io, nel mio piccolo, per avvicinarmi alla mentalità e alla creatività di Lynch ho frequentato un corso, ho imparato la MT e la pratico da ormai più di un anno (con i miei alti e bassi). Non si impara a volare, come spesso ti portano a credere, non diventi invincibile come Superman, ma acquisti una grande serenità nell'animo, la stessa calma imperturbabile che ti permette di affrontare un viaggio pieno di insidie come quello di Alvin. Lo stesso viaggio che poi è la vita, giusto per rientrare a pieno nella più classica delle tradizioni in tema di viaggio.
La vita spirituale è la chiave ideale per leggere l'intero percorso di Alvin e la storia che Lynch ci narra, attraverso queste lunghe riprese di campi sterminati e questo andamento apparentemente lento.
In The Straight Story non mancano gli elementi tipici dei film del maestro del nuovo surrealismo, le piccole cittadine di periferia, le “oddities” (stranezze) che popolano l'universo di Lynch. La figura di Rose, la figlia ritardata di Alvin, e della sua triste vicenda ci ricordano il protagonista del primo film diretto da Lynch, Henry Spencer di Eraserhead.
La colonna sonora, diretta magistralmente da uno dei collaboratori fissi di Lynch, Angelo Badalamenti, riesce a creare un'atmosfera sognante ma non dark e onirica come negli altri lavori del regista, poiché sappiamo bene che in Lynch la distanza tra sogno ed incubo è molto breve.
Per riassumere, credo che sia necessaria una visione parallela dei due film di David Lynch, dove in un primo momento la strada viene perduta ed in un secondo momento viene ritrovata, proprio come nelle due opere poetiche fondamentali di John Milton (Paradise Lost – Paradise Regained). Questo parallelismo è fondamentale per comprendere il processo universale che il regista ci vuole suggerire. È facile perdere la strada, ma per ritrovarla è necessario uno sforzo, una intenzionalità (per dirla alla Husserl) che si trova solamente tramite la Meditazione Trascendentale.
sabato 16 gennaio 2010
Pianto alla cantonese
Come non tutti saprete, il plot pretende di essere una storia vera; ciò che è vero è che la sceneggiatura è stata prodotta dopo un grande lavoro di riadattamento o occidentalizzazione di una leggenda giapponese della prima metà del novecento, che a sua volta era stata trasposta su pellicola da Seijirô Kôyama nel suo “Hachiko Monogatari" del 1987.
Lo ammetto, purtroppo non ho visto il film originale, mi è capitato di vedere Hachiko [Hachiko: A Dog's Story – Lucky Red 2009] senza saperne assolutamente nulla, dopo aver incontrato Richard Gere ed il cagnolino protagonista del film sul red carpet del Festival Internazionale del Film di Roma. La situazione mi ha incuriosito e mi sono convinto a dargli una chance.
Al termine della proiezione, oltre al classico applauso da festival, c’è stata una soffiata di naso collettiva. Uscendo dal cinema ho visto l’intero gruppo delle spettatrici intente a rimettersi in sesto il trucco dopo averlo devastato da due ore di intenso pianto. Gli spettatori maschi, invece, me compreso, cercavano di mantenere un contegno nonostante il viso paonazzo e le guance solcate da una sola piccola lacrimuccia.
In quest’ultimo lavoro di Lasse Hallström è facile rilevare la grande influenza orientale (usa e getta) che il regista ha voluto esprimere, a livello di estetica dell’immagine, per mantenersi il più possibile fedele alla tradizione giapponese.
Quello che sicuramente mi ha colpito è stata la scelta cromatica molto accurata ed il costante lavoro fotografico per mantenere i toni sempre malinconici, da un certo punto di vista. Non esistono colori sfolgoranti in questo film, l’atmosfera e le gradazioni permettono all’immagine di acquisire una valenza “autunnale” che, ovviamente, è intonata con il manto del protagonista quadrupede.
Un secondo pregio del film è la colonna sonora. Vorrei concentrarmi sulla validità della musica come mezzo per trasmettere emozioni, poiché proprio di questo si occupa. Le note di un pianoforte accompagnano la visione del film dall’inizio alla fine, accostate, spesso, dalla potenza evocativa degli archi che, come sappiamo, sono lo strumento “emotivo” per eccellenza.
Immagine e suono riescono a produrre una grande armonia all’interno della pellicola, non sono due enti distinti e separati che viaggiano su uno stesso binario temporale. Si fondono insieme per creare una serie di sensazioni che permettono allo spettatore di essere predisposto emotivamente ad una determinata sequenza. Questo è, a mio avviso, il tocco magistralmente orientale che il regista ha voluto infondere alla sua creazione.
Al di là delle scelte di montaggio o del taglio delle inquadrature, che sicuramente contano molto nella definizione di una scena “alla orientale”, è l’armonia globale a fare di Hachiko un “bel” film da guardare. Il cinema giapponese, cinese e koreano dell’ultimo ventennio ha dettato le regole nel campo della composizione dell’immagine. La cura e l’attenzione che viene riposta nella composizione dei fiori (ikebana), della tavola durante la cerimonia del tè (chadoo) e della messa in scena delle opere teatrali (kabuki) è propria di una tendenza orientale nella coreografia delle immagini. In questo, Hachiko, lo ripeto, è un film “bello”, se mi permettete il termine nella sua accezione puramente estetica.
Ecco il tasto dolente, perché, ovviamente, c’è un tasto dolente.
Hachiko con Richard Gere è un film americano, non un film giapponese. Questo sembra ovvio a prima vista, ma, ad una visione più attenta diviene addirittura disturbante.
Cosa voglio dire, mi spiego.
Lo spirito e la cura di un film orientale è fondamentalmente diverso dall’attenzione che viene riposta in un film americano. Nella società del grande consumismo e nella patria indiscussa del capitalismo tutto viene fatto per un motivo, ogni atto è finalizzato ad un effetto. Anche l’arte, purtroppo, diviene industria. Ne abbiamo parlato in passato riguardo alla comicità, non vorrei ripetermi, ma purtroppo anche nel genere drammatico (e come vedremo in futuro, specialmente nell’horror dove la linea per sconfinare è veramente molto sottile) si rischia di rendere un film piagnone.
Ogni sequenza è finalizzata alla commozione o all’intenerimento dello spettatore nei confronti del piccolo cagnolino. Oltre ai milioni di close-up sul muso e sulle espressioni (?) di Hachi, vengono addirittura adottate delle soggettive in bianco e nero per permettere allo spettatore di avvicinarsi sempre di più alla figura del protagonista fino ad identificarsi con lui nel catartico finale.
Il tocco “occidentale” che svia il messaggio del film dalla sua pretesa di “orientalismo“ è finalizzare una buona storia ed un bel film (ricordate il “bello” di prima, rieccolo) a far piangere, toccando quel masochistico piacere inconscio dello spettatore con elementi classici come : il cagnolino, il padrone amorevole che muore, l’attesa costante e la fedeltà eterna di questo, ed il finale che non vi svelerò.
In definitiva, probabilmente l’Hachiko giapponese sarà stato un film interessante, ma quello americano è un pretesto per versare lacrimoni ed uscire dal cinema emotivamente instabili ma stranamente soddisfatti.
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P.S. : Nel film, in un ruolo marginalmente importante, figura Cary-Hiroyuki Tagawa che molti di voi ricorderanno per aver interpretato Shang Tsung nel film di Mortal Kombat... giusto una nota thrash per gli amanti del genere :-)
domenica 10 gennaio 2010
Recensione 3°: ... Qualcuno volò sul nido del cuculo ...
Regia: Milos FormanSceneggiatura: Bo Goldman, Lawrence Hauben
Attori: Jack Nicholson, Louise Fletcher, Will Sampson, Alonzo Brown
Paese: Usa 1975
Genere: Drammatico
Durata: 125 minuti
Con il passare del tempo riuscirà a ribaltare le abitudini dei suoi compagni di sventura, rendendoli più capaci e sicuri in se stessi. Nonostante la malattia, li metterà al suo stesso livello, facendo sparire quell'alone di superiorità che troppo spesso è usato nei confronti dei malati psitici. Ma dulcis in fundo troverà un grande amico (Grande Capo Bromden aka Will Sampson) che come lui usava come scusa la malattia mentale, ma in modo decisamente differente...
li nelle parti di 2 semplici “pazzi”. Detto questo che posso aggiungere... sceneggiatura da Oscar, regia da Oscar, attori da Oscar e film da Oscar! Non posso che consigliarvi questa pietra miliare del cinema, considerato da me uno dei film più belli ed emozionanti degli ultimi 50 anni.martedì 5 gennaio 2010
Il (Non) Senso della Vita
Parlavamo, la settimana scorsa, delle differenze culturali evidenti tra la comicità americana e quella italiana, passando saltellando anche attraverso quella anglosassone. Questa volta vorrei concentrare il discorso proprio su quest’ultima, ricorrendo ad alcuni dei maestri della risata “all’inglese”: il gruppo dei Monty Python.
Per avere una visione completa e, soprattutto, chiara sul talento di questo gruppo di attori/autori è necessario dividere la produzione rivolta alla sala cinematografica da quella diretta ad un pubblico televisivo, con le sue tempistiche e regole di messa in scena. Infatti, gran parte della produzione comica televisiva britannica di questo decennio è stata contaminata dalla lezione di John Cleese & Company.
Il primo esempio, capostipite della figliolanza dei Python, è Little Britain.
Inglese fino al midollo, farcito di quell’audacia tipicamente british che riesce a divertire parlando di omosessualità, falsi paraplegici, obesità e razzismo. Avrei potuto aggiungere “senza mai scadere nella volgarità” ma non sarebbe stato assolutamente sincero da parte mia. La comicità del duo Matt Lucas e David Walliams è volgare, da morire, così come lo è gran parte della produzione comica inglese. Eppure, in questo caso come in altri, la volgarità riesce ad avere un senso ed un chiaro ed esplicito movente, quello di scuotere l’opinione pubblica e scrollarsi di dosso quella nomina di comici con la bombetta politicamente corretti in stile Laurel & Hardy o Mr. Bean. Non posso neanche dire che spesso non sia di cattivo gusto, ma, come ho appena detto, loro voglio essere maleducati per abbattere l’inutile distinzione tra buon gusto e cattivo. Mi torna in mente la tradizione del romanzo vittoriano che, a quanto pare, non ha mai abbandonato il cuore degli inglesi nelle forme del linguaggio utilizzato sulla BBC.
Proprio qualche giorno addietro, invece, ho avuto il piacere di vedere nuovamente uno dei capolavori cinematografici dei Python: il film “The Meaning of Life” [Monty Python's The Meaning of Life, 1983], dove si alternano sequenze surreali legate da una sola domanda: “Qual è il senso della vita?”. Ovviamente non mancano, come sempre, delle frecciatine alla storia della filosofia e ai numerosi tentativi da parte dei filosofi di tutto il mondo di dare una risposta a questo mistero che, apparentemente, deve rimanere tale.
La forma cinematografica del film è data dal filo conduttore che lega i numerosi sketch che, altrimenti, avrebbero ricalcato la classica struttura televisiva del programma The Flying Circus di cui i Python comparivano nelle vesti di interpreti ed autori principali.
L’opera mantiene la dissacrante comicità alla quale siamo abituati ripercorrendo il destino dell’uomo come individuo dalla sua nascita alla sua morte, riflettendo in maniera quasi esistenzialistica sull’assurdità degli avvenimenti che accompagnano questo nostro cammino. Il film non viene concepito come opera “ontologica”, non vuole rivelarci il senso della vita, ma vuole farci intendere quanto assurdo possa essere anche solo il porsi di questa domanda.
Pochi giorni dopo la visione di questo film, scartabellando e rovistando nella memoria del mio fido “quadratino” (un giorno magari vi parlerò anche di lui, ma non è oggi il caso) ho trovato una pellicola che cercavo da molto tempo che, mai come in questo momento, ho pensato potesse fare al caso di cui stiamo trattando.
Il film di cui mi occuperò, nell’analisi parallela al film dei Python, si chiama “The Ten” del regista David Wain [The Ten, Delta Pictures 2007]. Nei 93 minuti della pellicola si alternano dieci storie ispirate ai dieci comandamenti, come se volessero, in qualche modo spiegarli o dare loro una sorta di giustificazione. In ogni modo, le storie illustrano personaggi ed eventi ispirati ai comandamenti e sono introdotte da un Paul Rudd che, spesso, trascende il compito di presentatore per permettersi di lamentarsi della propria vita coniugale. Devo dire che questa pellicola non ha mai raggiunto il successo che sperava, specialmente nel mercato italiano, viene infatti considerata un flop dalla critica, la quale, spesso in maniera fin troppo leggera, la bolla con l’aggettivo “volgare” lasciandola cadere nel dimenticatoio.
Un commento che ho letto spesso a proposito di questo film è stato (parafrasando un pochino l’opinione comune): “Mi sembra assurdo andare al cinema e vedere Winona Ryder accoppiarsi con un burattino di legno o Adam Brody lanciarsi da un aeroplano e rimanere vivo, ma conficcato nel terreno come una bandiera”. Devo darvi ragione, come spesso accade, quello che avete visto è assurdo. Lo è, ma non vuol dire che queste assurdità non siano state appositamente scritte e prodotte per un motivo.
Come accade per “The Meaning of Life”, anche la rilettura grottesca e dissacrante della religione tende, questa volta apertamente nel numero musicale conclusivo, a sottolineare quanto sia assurda l’imposizione di una legge antica di più di 2000 anni addietro. I dieci comandamenti della tradizione ebraico/cristiana vengono sintetizzati in una sola “legge”: la legge dell’amore. Il messaggio conclusivo del film, dal sapore vagamente hippie, ha comunque una sua valenza etica che in termini filosofici viene discussa da molto tempo.
Cosa voglio dire, in conclusione?
L'assurdo è nelle nostre vite, nei nostri film e nella nostra morale. Per quanto possa essere difficile da accettare, anche un film che si limita a constatare questo assurdo e a non affermare niente di particolare, ha una sua valenza. L'assurdo non è privo di significato da un punto di vista formale, ma tende a svuotare la tradizione di un significato superato, rivoltandola come un calzino.
Anche il cinema comico, facendoci ridere, trasmette un messaggio non indifferente. E proprio la risata, per quanto "assurda" possa essere, ci permette di accettarlo con un sorriso sulle labbra.
sabato 26 dicembre 2009
Un verde Natale
Tralasciando le milioni di pellicole della serie: “Qualunque vecchietto barbuto a Natale potrebbe essere Santa Claus in incognito (e fidati, alla fine del film si scoprirà inevitabilmente che lo è)”, in questi giorni ho rivisto con gioia i titoli di alcuni dei miei film preferiti.
Chi mi conosce sa che non ho avuto molti eroi nella mia infanzia, ma uno di questi è sicuramente stato “Il Grinch”.
Verde e cattivo, impersonato dal grandioso Jim Carrey nel film del 2000, questo personaggio riesce a ribaltare i cliché del periodo festoso della città di Whoville rubando il Natale. Ora voi immaginate di vivere in un mondo perennemente innevato, simile alla “Christmas Town” del Nightmare before Christmas burtoniano tanto in voga in questi ultimi anni, che aspetta in trepidazione 365 giorni ogni anno per festeggiare l’unico momento che valga la pena di festeggiare. Tanti piccoli omini con il musetto da topo e i dentoni, impregnati di spirito natalizio dalla punta dei loro improbabili cappellini babbeschi alla suola delle scarpette appuntite, vedono sfumare il loro prezioso Natale per colpa di un cattivissimo e pelosissimo mostro verde che li odia e farebbe di tutto per rovinargli la festa. Eccola che arriva, la dissonanza, il Grinch non è uno di loro e non trascorre giornate intere ad impacchettare scatoline o decorare la casa, è quella forza rivelatrice e dissestante che permette agli abitanti della gioiosa città di riflettere sulle loro esistenze. Il filosofo idealista Hegel chiamerebbe questo verde amico “l’antitesi del Natale”, in senso dialettico ovviamente, perché all’interno dei tre momenti di cui il film è composto è quella forza che si oppone alla banalità delle insensate festività natalizie.
Dallo scontro tra la tradizione, personificato dalla figura del sindaco, ed il mostruoso Grinch, scaturisce quella riflessione che permette alla piccola protagonista della vicenda, la dolce Cindy Lou, di porre le giuste domande e trovare le risposte adatte per valutare il Natale e dargli una nuova connotazione. Così come l’intera filosofia hegeliana, il film è molto ottimista e consente di godere del periodo di festa sotto una nuova ottica, quella tradizionale americana, che trascende completamente la visione cristiano-religiosa che appartiene alla nostra cultura da sempre.
venerdì 25 dicembre 2009
AUGURI!!!!!!!
Tanti Auguri di Buon Natale e felice anno nuovo dai vostri blogger preferiti! Mi occuperò io degli auguri natalizi....anche se non dovrei, perchè il nostro caro Bigio è in esilio in terra Sicula fino a fine feste... Cos'altro dire? ... ancora Auguri da Me & Dr.Bigio e cosa veder in quest'aria natalizia?? Beh, senza dubbio Babbo Bastardo (Bad Santa 2003)! Sperando nell'aumento di lettori del nostro blog, vi rimado alle ultime recensioni: "Il Grande Capo" di Lars Von Trier e "Il Grinch" di Ron Howard !!! leggetele! guardateli! e commentate!!! Merry Christmas!!! OH OH OH!!!domenica 20 dicembre 2009
Recensione 1°... Basta che funzioni ...
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Attori: Larry David, Evan Rachel Wood, Henry Cavill, Patricia Clarkson..
Paese: USA 2009
Genere: Commedia
Duranta: 92 minuti
C'è chi dice che Allen azzecchi un film ogni tre, e dopo aver subìto "Vicky, Cristina Barcellona" e "Cassandra's dream", devo dire che forse questa teoria non è poi cosi infondata. Con “Basta che funzioni (Whatever works)” sembra di riassaporare l'Allen dei tempi ormai andati. Non sarà certo il suo film più riuscito, e forse non diventerà un cult, ma se si ha voglia di passare un paio d'ore davanti ad uno schermo, di questi tempi non c'è niente di meglio!. Boris Yelnikoff (Larry David) dopo aver fallito come marito, come professore e come aspirante suicida, si ritrova con una gamba offesa ad ossessionare gli amici che gli restano con logorroici discorsi sull'inutilità del tutto. Autoproclamantosi genio nella meccanica quantistica, addirittura preso in considerazione per il Nobel per la fisica, lo troviamo in un appartamento nel Village Newyorkese pagato con un lavoro come insegnante di scacchi. L'incontro fortuito con Melody (Evan Rachel Wood) una giovane ragazza del Mississipi trovata sulla porta di casa, dopo vari tentativi convincerà Boris ad accoglierla sotto il suo tetto. Irrimediabilmente “stupida” e indottrinata da genitori bigotti, finirà per diventare un punto fermo della vita di Boris che, nonostante la sua misantropia, e il suo cinismo senza confini riuscirà fi
nalmente a riconsiderare le sue teorie sulla vita e sull'amore, dando un tono più dolce alla visione tetra e insensata della sua contorta realtà.
Una sceneggiatura senza sbavature porta lo spettatore su un percorso prestabilito di emozioni, tra pungenti dialoghi e situazioni paradossali, un Larry David in ottima forma mette in scena un personaggio che a molti potrebbe sembrare quasi un alter-ego dello stesso Allen, con i suoi tic, le sue idee e ciò che ne consegue. Non molto convincente l'interpretazione di una Evan Rachel Wood, che fa intuire una certa inadeguatezza dell'attrice nei panni di un personaggio cosi lineare a prima vista, che durante il film risulta più importante di quanto sembri. I ruoli marginali vengono intepretati con destrezza da un cast stellare che accompagna la pellicola in una “visone dell'insieme” veramente ottima. Tutto sommato una Comedy che veramente lascia il segno, e che andrebbe vista almeno due volte per essere apprezzata fino in fondo. Non voglio dilungarmi troppo esaminando un film del genere, che risulta essere più che altro un modo per passare un po' di tempo in allegria, con una bella dose di sarcasmo senza cadere nel grottesco, ed arrivando al massimo a mandare qualche messaggio d'autore e riflessioni sul senso della vita. Detto questo in tutta franchezza sta a voi giudicare... ma in fin dei conti... basta che funzioni.
Per farci due risate ... ma neanche troppo!
Magari il 90% degli italiani in questo periodo natalizio si dirige in massa al cinema per farsi contagiare dalla febbre del Cine-panettone e lasciarsi deliziare dalle splendide grazie della bellona di turno, dalle espressioni plastiche dell’erede di De Sica e dalle classiche espressioni in dialetto che coloriscono il nostro bel paese. Il mio occhio (scavatore), mi dico, merita di meglio.
Per concludere in bellezza questa serata di divertimento ci dedichiamo al cinema comico; prendendo un virtuale aereo e, dopo una traversata oceanica non indifferente, ritrovandoci al sole tropicale delle Hawaii con “Forgetting Sarah Marshall” ["Non mi scaricare," Universal Pictures 2008].
Vi dico la verità, questo film l’ho già visto, ma non una, almeno almeno altre 3 volte. Eppure continua a farmi ridere, continua a farsi guardare con gioia; citando Ben Stiller nell’episodio pilota della serie britannica “Extras”: "Posso prendere un orfano e fargli vedere Dodgeball in dvd, riderebbe a crepapelle ma sarebbe sempre un triste orfano, cosa potrei fare per lui? Potrei fargli rivedere Dodgeball ancora una volta, riderebbe ancora, ma dopo la sesta, settima volta… probabilmente riderebbe ancora.”
Non ho intenzione di fare una recensione di questo film, non credo ce ne sia bisogno. Non ha particolari tematiche che andrebbero approfondite, è una semplice storia d’amore con tanti attori famosi e comparse divertenti. Mi limito a dire che il film mi piace, non voglio dare un valore universale al mio giudizio. É una mia opinione (qualche reminescenza da terzo liceo? La “doxa” di Parmenide e Platone? Dai che ve lo ricordate), forse non è un bel film o una pellicola imperdibile, ma sicuramente è un film che mi diverte.
La domanda, ora, mi sorge spontanea. Eliminate tutte le opinioni e cercando di scavare nella radice del genere comico contemporaneo, per quale motivo un film del genere mi rallegra la serata ed un Cine-panettone me la rattrista? Non ho il tempo di dilungarmi sul confronto tra il genere della commedia americana (in questo caso, influenzata da quella britannica per la presenza del geniale Russel Brand) e quella italiana, per cui parlerò direttamente del film “Forgetting Sarah Marshall” rispetto ad una qualunque commedia Cine-panettone diretta dai Vanzina o da Neri Parenti.
In prima istanza avevo pensato di buttarmi sul giudizio moralista, una mia costante, ma, pensandoci bene, dal punto di vista linguistico e visivo, il film scritto ed interpretato da Jason Segel è molto volgare. Parolacce a valanga, scene (più o meno esplicite) di sesso, comicità fisica e qualche battutina facile. Gli ingredienti classici di una commedia degli ultimi anni, specialmente in terra statunitense, dove i componenti del Frat Pack si alternano alla scrittura, regia ed interpretazione di moltissimi film all’anno.
Per cui non posso giudicare male un Cine-panettone per la sua volgarità, dato che ormai è una componente fissa della comicità mondiale.
Ciò che ho pensato in seguito si è rivelato molto più fruttuoso, ossia, non mi lamento della insulsa trama di questi film italiani, perché ve ne sono altrettanti molto più idioti in terra straniera. Posso citare le saghe dei vari “Disaster Movie”, “Epic Movie”, “Decameron Pie”, ecc. Non sono esterofiliaco fino a questo punto. Non amo il cinema nostrano, questo è vero, ma se mai partoriremo un buon prodotto filmico sarò il primo ad accettarlo tra le mie braccia e coccolarlo (magari cantando una bella canzoncina di Sanremo, mangiando la pizza, vestito da Pulcinella).
Ancora una volta, non posso giudicare male un Cine-panettone per la sua trama inconsistente, dato che, anche questa, purtroppo, è una componente importante di un certo genere di film.
Ora, raccolti gli ingredienti per un film comico, sono in grado di analizzare il “cosa ed il come”, ossia la sostanza di un una pellicola è composta, il suo contenuto e la sua forma. Eppure manca qualcosa. La parte che, secondo me, è fondamentale per permettere finalmente di esprimere il mio giudizio su questi due film: manca il “perché” tra le mie considerazioni.
La domanda più naturale che mi posso porre. La domanda che sono abituato a pormi.
“Perché Natale in India (o in crociera, o ai caraibi, o a New York o dove vi pare) è, ai miei occhi, un film triste, rispetto a Forgetting Sarah Marshall?”
Perché quella del Cine-panettone è un’industria.
Anno 2009, presentazione di “Natale a Beverly Hills”, intervista a Christian De Sica che dichiara : “Ormai la trama ce la siamo scordata!”. Non gli interessa, non è per quello che fanno il film. È senza dubbio una cosa imbarazzante. Lo è per loro come lo è per il qualsiasi regista americano che viene “comprato” per girare un film su commissione di cui non ha cura e interesse.
Forgetting Sarah Marshall è, senza dubbio, un film migliore perché è stato concepito come un film migliore. È stato accudito fin dalla nascita, gli sono state fornite le cure necessarie per crescere e maturare. Ha un “senso”, ha un “perché” che rientra nell’ambito dei “perché cinematografici”. Come direbbe Kant, ha un buon movente, il suo movente è esso stesso. Questa è l’unica cosa che fa di un film un vero film e non un prodotto cinematografico qualunque. Che sia, italiano, francese o girato con un cellulare da un ragazzino in canottiera, il cinema deve vivere della passione di chi lo supporta, come l’arte in generale, altrimenti diventa merda. Ma non “Merda d’artista”, merda e basta.

