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domenica 3 aprile 2011

L'invenzione della storia

Oggi mi è capitato di rispolverare un film che avevo visto pochi giorni dopo la sua uscita, nel 2009 direttamente in lingua originale, che ha piacevolmente segnato la mia vita e i miei studi. Come spesso mi accade, purtroppo, non ho avuto lo stimolo adatto per parlarne e scriverne. Dovevo metabolizzarlo, rivederlo e rifletterci bene prima di parlare di questa pellicola, per niente banale.
Dopo The Office, Extras e le numerose partecipazioni alle premiazioni televisive quali Emmys, Oscars e Golden Globes, pensavo che la mia stima per il comico britannico Ricky Gervais non sarebbe potuta crescere di più. Ecco che, dopo il fiasco di Ghost Town, Ricky stupisce il pubblico americano con questo film dalla trama kafkiana e grottesca, che permette tanto di riflettere quanto di divertisti. The invention of lying, così come un altro dei miei film preferiti, Yes Man (articolo relativo QUI), sfrutta le immense doti comiche di Gervais per ritrarre un mondo parallelo dove nessuno ha mai neanche lontanamente pensato a mentire.

Al li dà delle implicazioni comiche e delle assurde situazioni che questa premessa genera (consiglio vivamente di vedere il film perché, come sapete, io non parlerò della trama, né scriverò una recensione di questo) è importante mettersi nei panni degli abitanti di questa fetta di multiverso (termine vagamente nerd che conviene approfondire QUI) e comprendere l'importanza fondamentale che la menzogna ha comportato nell'intera storia dell'umanità.
Ovviamente, non a caso, il protagonista del film lavora come sceneggiatore per una casa di produzione cinematografica. Il cinema, come Bertetto insegna, è la finzione per eccellenza. Non riprende il vero né lo rappresenta, ma mette in scena un prodotto simulacro della realtà.
La domanda sorge quindi spontanea: come sarà possibile mettere in scena una finzione come il cinema, se non ci è consentito mentire? Come lavoreranno gli attori? Come i registi? E di cosa parleranno i film (ed i libri) se non ci è possibile inventare delle storie?
Queste sono le domande che si pone Ricky Gervais, questa volta non solo interprete ma insieme sceneggiatore e regista, e che, parallelamente (sempre a proposito di multiversi), si è posto un suo collega, decisamente più illustre, come Quentin Tarantino.

Probabilmente molti di voi avranno visto l'ultimo film di Tarantino, nominato agli Oscar di due anni fa e divenuto, come tutti i suoi film, un cult ancor prima di uscire nelle sale cinematografiche.
Anche Inglorious Basterds parte da una serie di premesse simili, ragionando sulla funzione del cinema come di una macchina inventiva talmente potente da riuscire a cambiare il corso della storia. I protagonisti del film, infatti, non solo uccidono il dittatore Adolf Hitler (proprio all'interno di un cinema, sempre per sottolineare l'importanza della settima arte) ma cambiano completamente il corso degli eventi, trionfando sul Terzo Reich in maniera totale e diversa da come viene descritta sui libri di storia e rivoltando l'esito della shoah.

Accantonando gli esempi del cinema contemporaneo e tornando a riflettere sulla teoria del cinema, ci troviamo a riconoscere tra le tante direzioni di studio e scuole di pensiero, fondamentalmente due differenti approcci al materiale filmico. Il primo, di scuola francese rappresentato dal critico e teorico Andre Bazin, interpreta il cinema come una rappresentazione della realtà e pone come massimo sviluppo e vertice artistico alcuni prodotti della Nouvelle Vague e il cinema Neo-Realista italiano del dopoguerra, con speciale attenzione per le opere di Rossellini.
Il secondo, di scuola russa e rappresentato dal noto regista e teorico Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, interpreta il cinema nella sua accezione di complesso prodotto di messa in scena, dove il montaggio e l'organizzazione del quadro sono gli elementi fondamentali. Registi come Fritz Lang (fondamentale un film come Metropolis che inventa un mondo dal nulla e lo costruisce tramite complicati effetti speciali e scenografie) fondano il loro cinema sull'artificialità del mezzo filmico.
La creatività è menzogna, non c'è niente da fare. Quando si racconta una storia, per renderla più interessante è necessario inserire degli elementi che non rispecchiano in tutto e per tutto l'andamento degli eventi. Questo avviene nel cinema.

Nel mondo rappresentato da Ricky Gervais la creatività è assente, sia nel cinema che nella televisione (segnalo un divertente esempio di pubblicità QUI) e solamente con l'introduzione della menzogna le cose iniziano a cambiare. I film diventano racconti di fiction e, proprio come avviene nel film di Tarantino, la storia stessa, che prima veniva raccontata (e non rappresentata) da attori seduti su una sedia e ripresi da una macchina da presa, prende strade diverse. Proprio come nella teoria del multiverso.
Il cinema è una macchina di significati, di finzioni e di storie. Dopo due ore non ha semplicemente pensato all'intrattenimento dello spettatore, ma lo ha coinvolto in qualcosa che spesso neanche lui arriva a comprendere.


giovedì 3 marzo 2011

127 Oscar

Non avrai intenzione di scrivere il solito post sugli Oscar?
Beh... mh...si.

Speravo di non cadere nel clichè degli Academy Awards ma, ammettiamolo, sono un big deal per tutti gli appassionati di cinema e non. Nonostante sia un premio che non ha assolutamente nulla a che vedere con la qualità delle proposte cinematografiche della stagione, dato che non vi è una giuria di competenza esterna (come accade nei festival) ma sono gli stessi membri dell'Academy a decidere i film da premiare. Tom Hanks, ti voglio bene, ma è una questione di business, come sempre.
Però è inutile lamentarsi, bisogna accettare che questa è l'altra faccia del cinema che, come sappiamo, oltre ad essere una splendida arte è anche una macchina da soldi molto ma molto produttiva.

Quest'anno, come l'anno scorso, in lizza per Best Movie ci sono una marea di titoli. E, proprio come accadde l'anno scorso, il mio favorito è il film più sfigato di tutti.
A distanza di 12 mesi continuo a considerare District 9 [Articolo relativo] come uno dei migliori film di fantascienza (e oltre) prodotti negli ultimi tempi, spero di conservare il mio giudizio anche per questo 127 Hours del pluripremiato regista Danny Boyle.

[Il post è stato scritto prima del mio viaggio a Milano, ovvero, prima della deludente serata degli Oscar dove tutto è andato secondo i piani. 127 Hours non ha vinto niente, ma ne parleremo lo stesso.]


La trama è semplice, fin troppo semplice.
A livello di azione diegetica, il film consta di una serie di scelte che il protagonista compie prima del suo incidente nel canyon, vengono vagamente accennate con delle inquadrature di dettaglio su alcuni oggetti (il coltello, la segreteria telefonica, ecc.) e l'incidente stesso come conseguenza di queste scelte sbagliate. Basta.
Ciò che potrebbe rischiare di appiattire una pellicola ben costrutita e dannatamente ben girata è proprio il suo punto forte, perché permette al regista di mantenere una diegetica statica per tre quarti del film (il protagonista con la mano incastrata tra le rocce che, fisicamente, è impossibilitato al movimento) concedendo più spazio al movimento temporale tra i vissuti del protagonista stesso.

Chi è avvezzo al cinema non convenzionale, come il sottoscritto, e chi si è appiccicato allo schermo televisivo per mesi e mesi seguendo serie non convenzionali come Lost o Twin Peaks, potrebbe pensare che tutto l'evento del film sia solamente una finzione. Una macchinazione della mente del protagonista, una qualunque furbata alla Inception [Articolo relativo]. Non è così.

L'evento portante del film definisce la categoria di evento nella filosofia esistenzialista, specialmente heideggeriana, per cui il caos degli accidenti è ciò che realmente definisce il corso della nostra esistenza. La caduta nel canyon è una fatalità, ma le fatalità fanno parte della vita, ed è proprio questo il bello.
La caduta nel profondo scuro della terra è, parallelamente, la caduta del protagonista nel buio della propria coscienza. Esplorando le zone che preferisce tenere nascoste e che vengono sottolineate all'inizio della pellicola proprio con una serie di atti mancati (per dirla alla Freud). La fredda roccia della grotta di 127 Hours ci ricorda la roccia dell'isola de L'avventura di Michelangelo Antonioni, dove l'enigmatica Anna scompare nel nulla senza lasciare alcuna traccia. Proprio come per i protagonisti del capolavoro italiano, la nuda roccia rappresenta un luogo al di là del tempo e al di là della fisica, dove la coscienza è libera di vagare e riflettere su se stessa.
Il tema dell'incomunicabilità è forte in entrambe le pellicole. Nel film di Antonioni i personaggi sembrano vagare su mondi paralleli, come avviene durante il corso degli eventi spostandosi continuamente, mentre nel film di Boyle è il protagonista che non riesce a comunicare con se stesso.

127 ore di attesa sono tante. Secondo un cineasta, quale potrebbe essere il mezzo migliore per riflettere sugli eventi (inaspettatti o meno) che ci coinvolgono giorno dopo giorno? Ovviamente, il cinema stesso.
Il grande Danny Boyle non ci delude neanche questa volta, proponendoci un'interessante riflessione metacinematografica. Il protagonista, infatti, utilizza una piccola videocamera come una sorta di confessionale, o, per continuare il discorso di Metz, profondo conoscitore della psicanalisi lacaniana, utilizza la macchina da presa come fosse uno specchio per riflettere e riflettersi. Lascia le sue ultime memorie nella “memoria”, questa volta digitale, della videocamera, giugendo a conclusioni importanti per rivalutare le sue azioni.
"Forse questa roccia era parte del mio destino". Queste sono le parole di Aron dopo una serie di riflessioni di fronte alla camera.
Lui ha compreso il senso della sua esistenza, proprio dopo che un evento tanto tragico l'ha messa al repentaglio ed ha rischiato di porre un termine ad essa.
La verità viene dalla riflessione, la riflessione viene dall'evento e la sintesi di entrambi questi elementi è il succo di questa magnifica pellicola. Non racconta solamente di una riflessione o solamente di un evento, ma di ciò che entrambi generano quando si incontrano a metà strada e lasciano al protagonista e allo spettatore il tempo di lasciarsi coinvolgere da loro. Il film ha molti monologhi, ed è proprio questo che rende l'interpretazione di James Franco tanto interessante, il suo riflettere ad alta voce indirizzando lo sguardo direttamente in macchina per toccarci con le sue conclusioni e salutarci per l'ultima volta.



lunedì 7 febbraio 2011

Ciò che piace all'italiano qualunque(mente)

Discussioni sul “bello” ce ne sono state molte, forse troppe, e difficilmente si giunge ad una conclusione utile ai fini della dialettica tra interlocutori diversi. Ognuno ha la sua idea, non ci si mette mai d'accordo.
Discussioni sul “piacevole”, invece, ce ne sono state poche. Questo perché viene spesso dato per scontato e tutti pensano di sapere di cosa parlano. Ma a volte ci si confonde lo stesso.
Io prendo in prestito la definizione di Kant dalla sua Critica del Giudizio per chiarire il piacevole dal punto di vista dell'estetica kantiana e dare forma ad un pensiero critico sul cinema contemporaneo:

“Di ogni rappresentazione posso dire che è almeno possibile che essa (in quanto conoscenza) sia legata ad un piacere. Di ciò che dico piacevole affermo che produce in me realmente piacere. “

La stessa definizione sembra essere scontata, ma bisogna andare ancora più in profondità per arrivare dove io ho intenzione di andare. Kant dice che a piacerci è il piacere, anticipando alcune tematiche della psicoanalisi, e che è proprio dell'uomo giudicare una rappresentazione (artistica o meno) secondo le categorie del proprio piacere. Ci piace il piacevole, sembra scontato ma non è affatto. Questa è una verità che riporta ogni giudizio alla sua radice, ogni castello costruito in aria e ogni teoria estetica è brutalmente ancorata alla dimensione del desiderare e del piacere piacevole.
Il bello è un'altra storia, non stiamo parlando di questo. Non tutto quello che ci piace è bello, ma sicuramente tutto quello che ci piace è piacevole.

Sempre per rimanere in tema di filosofia kantiana, che ha segnato profondamente il mio modo di vedere le cose, voglio dividere questa rappresentazione in forma e contenuto e dire che posso riconoscere (e generare) un contenuto piacevole ed una forma piacevole, così come un contenuto spiacevole ed una forma spiacevole.

La riflessione nella sua forma verbale è scaturita da una delle tante conversazioni in macchina con il Green e proprio con la revisione di uno dei suoi lavori (che sospetto sia stato altrettanto influenzato da quella discussione e che vi invito a seguire sul suo Blog) vorrei proseguire il discorso.



Il pregio di questi Kiwi si nasconde nella loro ambivalenza. Il contenuto è decisamente sgradevole, è una verità difficile da accettare così come le grandi rivelazioni della filosofia contemporanea, ma il tutto è racchiuso in una forma molto gradevole. Un semplice animaletto, simpatico ma bastardo, che racconta la cruda verità che molti non voglio accettare. Nichilismo col becco.
Il Green gioca sulla dicotomia forma/contenuto e sull'attenzione del fruitore della sua arte, così come da tradizione satirica e vignettistica, creando un prodotto che non sia totalmente piacevole ma neanche totalmente spiacevole, perché è proprio il contrasto che genera la riflessione e la critica.

Passando oltre e arrivando al nostro amato cinema, vorrei brevemente parlare di uno dei casi da blockbuster di questo periodo e confrontarlo con una delle pellicole più odiate del cinema italiano.

Qualunquemente di Antonio Albanese non sarà sicuramente all'altezza di Salò e le 120 giornate di Sodoma di Pier Paolo Pasolini, ma qualcosa in comune ce l'hanno. Entrambi riflettono sulla situazione politica/sociale dell'Italia contemporanea.
Mentre Pasolini, eterno reduce del fascismo, rappresenta le orge dello strapotere di regime attraverso uno spettacolo cruento, osceno e al limite del pornografico; Albanese sviluppa una commedia sulle stesse tematiche e permette all'italiano comune di farsi una risata amara.
Gli elementi che costituiscono le due pellicole sono gli stessi, ma la loro messa in scena è ordinata secondo due forme e due tempistiche molto diverse. Questo mi porta, riprendendo il discorso kantiano, ad una conclusione decisamente “spiacevole” per l'Italia intera e per lo spettatore comune, sprovvisto di qualsiasi occhio scavatore.

Il libro non si giudica dalla copertina? Ok, è eticamente scorretto, ma è la copertina che ci da il primo impatto dell contenuto del libro, la copertina è la forma. Una copertina piacevole è un buon inizio per un piacevole libro.
L'occhio dello spettatore comune si ferma alla copertina, al pacchetto. Non gli interessa il contenuto del pacchetto.
Qualunquemente è un bel pacchetto, divertente (manco troppo), colorato e tanto tanto italiano, per dirlo alla Stanis LaRochelle, e per questo piace.
Salò inizia come un film spiacevole, prosegue come un film spiacevole e finisce in maniera sempre più spiacevole. La forma di questo film procurerebbe piacere solamente ad una mente malata, ad uno spettatore dalla personalità contorta, un voyeur, un maniaco sadico. Pasolini è al corrente di tutto questo e proprio per questo motivo ha voluto fare un film spiacevole: per vedere se l'italiano del suo tempo riusciva ad andare oltre le apparenze. Purtroppo non ci riesce e continua a non riuscirci, perché dove si parla di Salò se ne parla male.

Paradossale il fatto che l'aggettivo capolavoro possa essere attribuito ad un film spiacevole, ma è proprio questo il punto della critica, o no?

lunedì 31 gennaio 2011

Giappone nichilista

Il primo argomento del 2011 è qualcosa che mi ronza in testa da molto tempo e che non vedevo l'ora di poter condividere su questo blog. Una riflessione scaturita dall'approccio professionale con il cinema del Giappone, spesso incompreso o male interpretato.

Ultimamente ho partecipato alle proiezioni della retrospettiva Nihon Eiga al Cineclub Detour, queste serate si proponevano l'intento di espandere l'orizzonte visivo dello spettatore cinefilo amante del Giappone. Mettere tanta carne al fuoco e assaggiare un pochino di tutto, così come da tradizione della cucina orientale, perché il Giappone non è solo l'animazione di Miyazaki o l'horror di Ringu (per dirne uno).

Per questo piccolo articolo vorrei proporre un confronto, sempre sul fronte giapponese, di due film che si differenziano per stile e per contenuto ma che riflettono entrambi sulle sorti del Giappone contemporaneo.
La prima pellicola è l'esordio alla macchina da presa del celebre regista/attore Takeshi Kitano: il film è Violent Cop del 1989. La seconda pellicola è più recente e, forse, meno conosciuta: Kamikaze Girls di Tetsuya Nakashima del 2005.

Entrambe le pellicole concordano su una visione sociale del Giappone contemporaneo di stampo nichilista. Una realtà, specialmente quella fuori dai grandi centri abitati, che comportano un altro tipo di nevrosi e alienazioni, segnata dalla forte presenza di criminalità e malessere.
Kitano ci mostra un poliziotto che, accantonando l'etica e ogni forma di inutile buonismo, guarda in faccia l'odio ed il fondo nero dell'esistenza, per abbracciare in pieno il nichilismo e agire di conseguenza, annullando il male alla radice. Il poliziotto violento con il volto di Kitano è l'esempio dell'uomo attivo di stampo nietzschiano/deleuziano, che trascende ogni forma di morale e agisce unicamente secondo la propria volontà (di potenza).
Non è per niente facile compiere una scelta di questo tipo. Si travalica ogni confine di umanità, di pietà e si vive perennemente al limite tra la bestia e il dio. Infatti, il protagonista del film è tormentato da sensi di colpa a differenza degli eroi senza macchia e senza paura delle pellicole americane.
La sequenza conclusiva di Violent Cop è l'emblema, non solo del cinema di Kitano, quanto di una vera e propria weltanschauung di stampo superomistico, dove l'eroe è pronto a sacrificare qualunque cosa, anche i suoi affetti e la sua stessa vita, per sradicare il male dal mondo e ricominciare daccapo.
Un altro personaggio di questo stampo è V, protagonista del film V for Vendetta, di cui abbiamo parlato esplicitamente qualche tempo addietro (per leggere l'articolo, clicca quì!).

Cosa avviene di simile in Kamikaze Girls? E cosa di meno simile?
Chi ha visto il film mi starà prendendo per pazzo perché, oltre gli occhi a mandorla dei personaggi, non sembra esserci niente che leghi queste due pellicole. Anche a livello di autorialità del film, uno è di Takeshi Kitano, un maestro della cinematografia, e l'altro è di un regista sconosciuto e rivolto ad un target di adolescenti.
Lasciatemi spezzare una lancia in favore di questo film che, dal punto di vista registico, ho trovato veramente ottimo. Alcune sequenze sono molto originali come messa in scena ed il lavoro di montaggio è altrettanto buono. Purtroppo i dialoghi sono completamente idioti. Peccato.
La protagonista, Momoko, vive nello stesso Giappone in cui vive Kitano ed è immersa nella stessa realtà. La sua reazione, però, a differenza di quella del nostro eroe dal grilletto facile, non è per nulla attiva ma estremamente reattiva. Guardando il fondo del baratro ed il volto unto e schifoso della vita, la risposta di Momoko è la creazione di un mondo fittizio pieno di dolcezza, fronzoli e canzoncine.
La nostalgia di cui ci parla Nietzsche, ossia il maniera sbagliata di guardare al passato, viene ripresa da Momoko nella sua opera di rivisitazione del periodo Rococò tramite la riattualizzazione dello stile Lolita.

L'intera realtà di Momoko non è nient'altro che una maschera apollinea, come scriverebbe il Nietzsche de La nascita della tragedia che si finge reale per distogliere l'attenzione dalla "vera realtà", quella che preferiamo non vedere perché ci spaventa e ci disgusta.
Ora, la mia riflessione è, come al solito, legata ad una serie di temi che ritornano. Uno che mi sta molto a cuore è l'eticità del cinema che, come ogni forma d'arte riconosciuta, deve portare il fardello dell'effetto che avrà su coloro che ne fruiscono. Una certa responsabilità se vogliamo.
Film come Avatar, Matrix, Inception, suggeriscono tutti il tema della realtà parallela e della possibilità di scegliere tra l'effettivamente vero ed il vero rappresentato. Film del genere hanno sulle spalle un grande peso perché l'esito di queste pellicole avrà una ripercussione sullo spettatore giovane che si pone gli stessi interrogativi.

Kitano, seppur in maniera barbara, consiglia di prendere il toro per le corna (o la vita per le palle).
Nakashima, invece, consiglia ai giovani di rincoglionirsi in un mondo fittizio sperando che, un giorno, magicamente, i problemi della vita scompaiano e tutto si trasformi in una zuccherosa torta da mangiare in compagnia degli amichetti.

Sempre per sottolineare il valore (e la sua responsabilità etica) che il cinema  ha nel rapporto tra realtà e immaginazione, vi propongo questo divertente filmato, che molti di voi avranno già visto postato su Facebook, che ha stimolato intellettualmente il sottoscritto per la stesura di queste riflessioni. Enjoy!





venerdì 21 gennaio 2011

Are you talking to me?

Durante il suo discorso di accettazione del premio alla carriera ai Golden Globes Awards, Robert De Niro ha pronunciato queste parole, riflettendo a proposito del destino di un film dopo la sua produzione:

"It's up to the audience to decide if it's entertaining, the critics to decide if it's good".
"Sta al pubblico decidere se il film intrattiene, alla critica decidere se è buono".


Credo che il vecchio Bob abbia centrato il punto e, dopo anni e anni di carriera, abbia ormai una visione chiara su quello che l'industria cinematografica sia stata e sarà nel futuro.



lunedì 17 gennaio 2011

Il collezionista di sguardi

Come vi ho annunciato settimana scorsa, il mio intento è quello di proporre un mega-giga riassuntone della mia tesi di laurea triennale (disponibile da scaricare QUI) e di spiegare che ruolo importante ha avuto il blog de "L'Occhio Scavatore" in questa mia impresa.

La premessa principale è che bisogna porre una grande attenzione al rapporto dello spettatore con lo spettacolo e, a sua volta, con ciò che collega questi due elementi, ossia: lo sguardo.
Volendo essere molto poco accademici e quasi provocatori, io voglio affermare che non ci sono film "belli" e film "brutti". Il giudizio che può essere formulato su una pellicola ha una grandissima componente di soggettività ( coinvolge, quindi, la sfera del nostro vissuto) e, se non per trastullarci durante una serata in compagnia di amici, non è consigliabile formulare un giudizio dalle pretese apodittiche su un'opera d'arte, che sia cinematografica o di altro genere.

Il film non deve essere guardato per essere giudicato nella sua forma estetica (mi piace/non mi piace) con pretese di universalità, lo spettatore deve far lavorare in coppia entrambi gli occhi di cui è fornito per avere una visione completa dell'oggetto di questo sguardo.
L'occhio spettatore giudica l'ambito dell'estetica, della soggettività e mi permette, oltre al giudizio, di sentire il film ad un livello più intenso, emotivamente. Questa è una componente fondamentale nel cinema, specialmente quello contemporaneo, che richiede un forte godimento dallo spettatore e cerca di fornirglielo in tutti i modi. Attraverso l'occhio spettatore (o occhio comune) noi siamo in grado di trascorrere una serata piacevole con una commedia, o una altrettanto piacevole con un film horror, per godere in modo diverso del contenuto (sempre diverso) del nostro sguardo.
L'occhio scavatore, invece, è una componente razionale che non ha facoltà di giudizio. Non si occupa del piacere di un film, ma ne estrapola le componenti fondamentali e le affronta in maniera che esulano il godimento. Questo è l'occhio del filosofo al cinema, colui che riesce ad accantonare il proprio piacere personale e giudicare positivamente anche un "brutto film" se questo ha una grande forza storica.

L'operazione iniziata con questo blog è stata, per la mia esperienza, fondamentale. Senza le numerose analisi affrontate su questo spazio web non avrei potuto farmi le ossa per intraprendere un cammino così intricato e, soprattutto, non avrei potuto convincere me stesso della validità di questa teoria. Ogni film ha qualcosa da dire, se non a livello di storia del cinema, forse a livello sociologico. Se non a livello sociologico, forse a livello psicologico, e così via. Da ogni film è possibile estrapolare qualcosa per costruire il proprio edificio culturale e scoprire nuove cose sul mondo e su chi lo abita. Se ci fermassimo alle categorie estetiche e al godimento, tutto questo perderebbe di senso e la visione filmica sarebbe finalizzata alla propria masturbazione totale e personale (così come, secondo me, finirà la storia del cinema commerciale).
Il godimento è, senza dubbio, una cosa positiva. Anzi, è l'apice massimo della positività, sia dal punto di vista fisico che psicologico, ed è probabilmente la traduzione moderna del termine "felicità".
Ma il godimento non basta. Al filosofo non basta essere felice perché anche nell'infelicità c'è molto da scoprire e molto da indagare, forse molto più di quanto si creda.

Giudicare un film è una parte del lavoro, chi giudica senza senza scavare sarà sempre orbo di un occhio.

martedì 11 gennaio 2011

Anno nuovo, sguardo nuovo!

L’Occhio Scavatore è rimasto chiuso negli ultimi mesi, si è fatto un bel sonnellino.

Devo ammettere che tra gli impegni degli ultimi tempi ed una piccola dose di demoralizzazione (che non guasta mai) non ho avuto molta voglia di continuare con il blog. Difatti questo “esperimento” è nato fondamentalmente per testare le mie capacità di scrittore (e non recensore, attenzione) riguardo al mondo del cinema. Una sorta di preparazione mentale alla redazione della tesi di laurea e la creazione di un portfolio per la prospettiva di qualche collaborazione esterna nel futuro.
Queste collaborazioni sono arrivate e da qualche tempo scrivo su questi siti online, di cui consiglio vivamente la visione:

IperCritica
Persinsala
The Ed Wooder.it


Durante questo periodo di sonnecchiamento dell’Occhio Scavatore mi sono arrivate mail da ShinyStat, il contatore visite, il quale segnala che qualche viandante continua a passare dalle tristi e desolate pagine del mio blog. La cosa, da un certo punto di vista, mi rincuora. Non ho voluto indagare su chi fossero costoro, ma qualche idea ce l’ho.

Il progetto per l’anno nuovo è di dar nuova linfa vitale a questo spazio online, continuare a scrivere di cinema ma aggiungendo qualcosa di diverso che potrebbe essere più consono all’ambiente del blog come forma di comunicazione personale.
Dal punto di vista “editoriale” stavo pensando a dei post più corti, più frequenti e più facili da fruire, evitando i mini-saggi che ho proposto fino ad ora e concentrandomi, magari, su una o due sequenze particolari del film in questione per approfondire meglio la dimensione filosofica del testo filmico.

Perciò, senza indugiare oltre, metterò online qualche brano della mia tesi: L'Occhio Scavatore, analisi delle pulsioni nel cinema di Alfred Hitchcock, per darvi l'idea di come l’Occhio Scavatore ha fatto il salto dal digitale al cartaceo, fino ad arrivare alla mia voce parlante di fronte alla commissione per la discussione della tesi in Filosofie e problemi dell’intersoggettività.

A presto!

martedì 12 ottobre 2010

Everybody loves Gianni Canova!

Vi segnalo per intero l'editoriale della rivista Duellanti diretta da Gianni Canova, famoso critico cinematografico, autore di una serie di testi di approfondimento su Lynch e Cronenberg di cui sono geloso possessore!
A quanto pare, lo stesso Canova possiede l'Occhio Scavatore (e ce l'ha pure più grosso del mio), scavando molto in profondità nell'industria cinematografica di cui è sempre stato uno dei protagonisti italiani.

A volte, anche gli amici sbagliano. A metà Luglio, in un intervento pubblicato su La Stampa, Steve Della Casa commentava con toni entusiastici la decisione di Marco Müller di dedicare la retrospettiva della Mostra di Venezia al cinema comico italiano, salutandola come un oggettivo “sdoganamento” dei cinepanettoni e della loro vitale comicità “fascennina”, che solo la critica “pensosa” non sarebbe in grado di comprendere e apprezzare.
Ora: io confesso che comincio a non poterne davvero più, in questo Paese, del disprezzo ostentato verso tutto ciò che ha a che fare con il pensiero. Parlando di critica, in particolare, la pensosità (cioè la capacità di riflettere, collegare, analizzare, interpretare...) dovrebbe essere una qualità costitutiva. Cosa vogliamo? Una critica giocosa? Lussuriosa? Gaudiosa? Facinorosa? Magari. Ma per esserlo, e continuare nello stesso tempo ad essere “critica”, la critica stessa non dovrebbe mai rinunciare all'esercizio del pensiero. Anche a costo di apparire noiosa a Müller e all'establishment che l'ha voluto alla guida di Venezia.
Del resto, se e quando smette di essere pensosa, la critica rischia di incappare negli errori in cui cade Steve Della Casa nel suo articolo. Per esempio: nell'antica Roma i fescennini erano manifestazione di una comicità volgare ma plebea, autenticamente popolana, che ha ben poco a che vedere con la tradizione del nostro cinema comico. Il quale è invece perlopiù espressione di una comicità piccolo-borghese con un oggettivo sostrato razzista, sessista, patriarcale e conformista. Non sarà chic dirlo e scriverlo, ma io lo dico e lo scrivo lo stesso. E aggiungo che trovo molto discutibile la scelta di dedicare la retrospettiva della Mostra D'Arte Cinematografica di Venezia non alla riscoperta del cinema di ricerca, sperimentale e disturbante, quello che il mercato ha sempre osteggiato e marginalizzato, ma un cinema che -almeno in Italia- coincide con il mercato e lo monopolizza e lo fa suo, e che non ha certo bisogno di una retrospettiva pagata con denaro pubblico per essere conosciuto. Ma tant'è. Volesse essere veramente trasgressivo, Müller dovrebbe metterlo in concorso, un cinepanettone. O un film di Tinto Brass. Ma questo non lo farà mai. Non glielo farebbero fare. Quello che fa per far passare l'idea che non ci sia altro cinema che questo e che l'altro cinema sia noioso e comunista. Anzi: pensoso, vade retro.

Ogni tanto un'apologia della critica pensosa è utile per far capire che è questa la strata verso la quale ci si deve indirizzare per fare critica seriamente e con criterio. Al cinema non servono le recensioni, non servono i punteggi o le scale di merito, servono due occhi ed una pala per scavare.


lunedì 4 ottobre 2010

Incestuous - Il figlio bastardo di Freud e Nolan

Solitamente non faccio articoli del genere, ma questa volta vorrei contestare degli elementi che compongono la trama di un film che ha fatto molto scalpore (e molto successo): Inception di Christopher Nolan.

Premetto che, complessivamente, il film mi è piaciuto. Sono uscito soddisfatto dalla proiezione. Questo è assolutamente ininfluente al fine della mia analisi, però, per i pochi che se lo chiederanno, sapranno che non parto da preconcetti.
Un po' come avviene in Matrix, questa pellicola unisce grandiose sequenze d'azione ad un discorso teorico molto interessante. Nolan costruisce una vera e propria architettonica (elemento fortemente presente all'interno della trama) del cinema contemporaneo, strutturando la messa in scena in una serie di livelli differenti, analogamente alla struttura della coscienza umana.
La trama è intrigante e le potenzialità di un progetto come quello di Inception sono davvero infinite, purtroppo, secondo il mio modestissimo parere, non sono state sfruttate al 100%. Si sente moltissimo il peso degli anni che avanzano. Un film come questo, se fosse stato prodotto una decina di anni fa, sarebbe risultato rivoluzionario e avrebbe meritato (forse) l'appellativo che molti critici frettolosi continuano ad attribuirgli: capolavoro.
Inception non è affatto un capolavoro. E' un esperimento interessante, una variazione ad un tema che negli ultimi anni sta prendendo molto piede all'interno della cinematografia mondiale, specialmente hollywoodiana. Forse i film esplosivi non rendono più come prima, avendo sfruttato fino all'osso il genere dell'action movie fino a renderlo una pagliacciata (consapevole) alla Expendables, per cui tra le esplosioni si cerca di inserire qualche elemento nuovo. Il film di guerra ha stufato, proviamo a trasportare la guerra su un differente piano.
Come abbiamo iniziato a vedere negli articoli precedenti, ma vedremo meglio sicuramente in seguito, i Wachowski con Matrix hanno costruito un ponte tra il mondo virtuale e quello reale. Molte esplosioni, effetti bullet-time e cazzotti, ma anche una solidissima struttura filosofica che abbraccia l'intera cultura occidentale degli ultimi 500 anni.
Recentemente, è stato osannato allo stesso modo il film di James Cameron che, utilizzando lo stesso stratagemma, ha creato un prodotto più “per famiglie” saccheggiando la trama di romanzi per ragazzi e lungometraggi animati, ma valorizzando il tutto con una serie di splendidi virtuosismi tecnici.

Inception è stato prodotto a distanza troppo ravvicinata da Avatar e Matrix. Vedendo questo film ho provato una sensazione di deja-vù costante. Addirittura la macchina con i cavetti che ti permette di entrare ed uscire da un sogno, per quanto questa idea possa essere terrificante da un punto di vista psicanalitico (ma ci arriveremo), rimanda moltissimo ai famosi “jack” che vengono utilizzati da Neo e compagni per collegarsi e scollegarsi da Matrix.

Devo apprezzare il fatto che Nolan, a differenza dei Wachowski, non ha reso note le sue fonti di ispirazione. Non ha fatto la citazione furbona di Freud o parlato apertamente dell'Interpretazione dei  Sogni, evitando qualunque tipo di riferimento alla famosa dottrina psicanalitica. Purtroppo, però, a meno che lo spettatore al cinema non sia A) ignorante totale o B) laureato in psicologia, il paragone nasce spontaneo. Ma dato che, né A né B sono la norma al cinema, nessuno si è permesso di muovere dei paragoni.
Iniziamo con una piccolissima e puntigliosa precisazione di carattere terminologico che, però, mi ha infastidito durante tutta la proiezione come una scheggia di legno nel dito. Il personaggio interpretato da Leonardo Di Caprio ed i suoi colleghi parlano spessissimo di una cosa chiamata “SUBCONSCIO”. Ora, io non sono laureato in psicologia, ma ne capisco abbastanza da sapere che il subconscio, in psicanalisi come in ogni altra possibile teoria del sogno, non esiste! Non è altro che una errata traduzione di INCONSCIO. L'errore, però, non è da attribuire al povero Nolan che, nel suo piccolo, ha sempre parlato di “subconscious”. In inglese, infatti, il termine funge da sempre come un sinonimo povero di “unconscious”. Lo stesso Freud, però, ha dichiarato : "We shall also be right in rejecting the term 'subconsciousness' as incorrect and misleading” poiché crea una gran confusione per nulla.

La critica più grande che voglio fare a questo film, però, è un'altra. Una critica strutturale.
Il film è intelligentemente organizzato a livelli, la messa in scena è coordinata al millimetro e le spettacolari sequenze d'azione ci trasportano in un mondo sempre diverso, come scatole cinesi. Addirittura, si ipotizza che uno dei sognatori possa fungere da architetto e modellare il materiale onirico a suo piacimento, ordinando, così come un regista (ed il paragone non è affatto casuale) l'immaginario delle persone.
Più ci si immerge nel ”subconscio” (…) e più le cose cambiano. Il tempo si dilata e si amplifica la portata degli effetti degli agenti esterni sul sognatore stesso. Una gocciolina d'acqua sul viso potrebbe suggerire alla mente lo stimolo del bagnato e sognare della pioggia, o un mare, o una cascata (o di andare al bagno). Andando sempre più in profondità si scoprono degli elementi, appunto, inconsci, come nel caso della moglie del protagonista che “sedimentano” nei suoi sogni da molti anni. L'elemento, veramente poco sfruttato, dei Totem.

Da questo si deduce che Nolan ha letto Freud, poiché già dai primi sogni analizzati si possono estrapolare queste nozioni.

Questi che ho appena riassunto sono, secondo me, i punti di forza dell'intera pellicola. Degli elementi sicuramente interessanti che hanno permesso al regista di creare una dimensione “di sogno” (e non “sognante”) hollywoodiana. Sono quelle cose che fanno bene al film, per dirla in breve, che lo rendono godibile.
Allo stesso modo, però, ci fanno capire che lo stesso Nolan ha arrabattato una serie di nozioni dal famoso testo freudiano e le ha organizzate a suo piacimento, dimenticando completamente il senso dell'intera interpretazione del sogno: il fatto che è, appunto, interpretazione. Ermeneutica, come ne parla Hegel, la nottola di Minerva. Non è possibile organizzare un sogno in maniera cosciente e viverlo da “sveglio”, poiché l'unico modo che abbiamo di penetrare il nostro inconscio è proprio nella sua interpretazione a posteriori, dopo che il sogno è avvenuto, per quel poco che ricordiamo. Il tutto tramite l'aiuto di un professionista, come, appunto, uno psicanalista.
Ora, caro Nolan, potevi creare ex novo una dimensione onirica come hanno fatto molti registi prima di te (vedi David Lynch in primis, che ci campa da molti anni con queste cose) oppure riprendere le nozioni freudiane ma senza interpretarle a tuo piacimento, attenendoti al piano, come nel caso del maestro Alfred Hitchcock (cito Psycho e Spellbound – Io ti salverò).

Inception, lo ripeto, è un bel film, ma non è affatto un capolavoro perché non ha gli elementi che lo caratterizzano come tale. Grandiosa la regia, le interpretazioni, gli effetti speciali, l'idea di fondo, ma non ha molta coerenza formale.

Un gran peccato.

domenica 5 settembre 2010

Bigiox Revolution!


Ho recentemente acquistato dal sito Play.com, una risorsa incomparabile per noi cinefili, uno dei “cofanetti” che ho sempre sognato di possedere: The Matrix Ultimate Collection. Io adoro Matrix, non solo il primo episodio, adoro tutta la trilogia. Addirittura, al momento della sua uscita, ho apprezzato i dialoghi del secondo più di quelli del primo!

Che voglio farci allora, oltre che esibirlo come un trofeo di caccia sul comodino? Dato che questo cofanetto è ricchissimo di materiale, making of e approfondimenti sul panorama culturale che ha generato il fenomeno Matrix, mi piacerebbe lavorare su livelli differenti. Da un lato magari concentrarmi antropologicamente sul contesto in cui Matrix si è sviluppato, ossia entrare nella testa dei visionari fratelli Wachowski per comprendere il movente che li ha spinti a creare un prodotto tanto complesso. Dall’altro lato mi piacerebbe approcciare l’analisi dei film in maniera seria e professionale, tenendo sempre presente che “genere” di film ho di fronte. Per farmi capire, non tratterei mai Matrix Reloaded o un episodio degli Animatrix come tratto i film di Hitchcock su cui devo lavorare per la tesi. Bisogna tenere sempre a mente l’evoluzione del cinema ed il suo carattere fondamentale di temporalità che, spesso, la critica tende a dimenticare, scambiando delle banalità per capolavori ed ignorando le vere perle di innovazione che l’industria ci propone.

E’ un progetto che mi piacerebbe portare a termine perché, come ho detto, il mondo di Matrix è molto complesso e lo è su molti livelli differenti, essendo una forma ibrida perfetta tra l’action movie e la pellicola da cineforum e vale la pena capirci qualcosa.

Approvate o non approvate?
Vi piace Matrix? Solo il primo o anche gli altri?
Fatevi sentire!



sabato 14 agosto 2010

Ostello o bordello?

Dal titolo burlone avrete capito che, per un “compito a casa”, sono stato costretto dalle circostanze a vedere di seguito Hostel e Hostel 2 del prode Eli Roth, il nuovo visionario del gore che lavora ormai da qualche annetto sotto l'ala del padrino Quentin Tarantino.

Ne ho sentite un sacco su questi film e, istintivamente, non sono per niente portato a vedere gli horror contemporanei appena escono al cinema per delle motivazioni che, se ne avrete voglia, saranno chiare una volta che il “compito a casa” sarà concluso (e pubblicato...ma shh). Ricordo il polverone che hanno provocato queste pellicole, ricordo proteste da parte dei vari comitati genitoriali, divieti ai minori e minori che se ne fregavano dei divieti, insomma, le solite storie che in Italia sentiamo quando esce un nuovo prodotto sanguinolento e allettante come questo.
Il genere horror attira il pubblico e questo non è affatto un mistero, specialmente per gli addetti ai lavori. Il mistero è il perché piaccia così tanto. Riflettete. È lo spavento ad attirarci al cinema? Il sobbalzo dalla sedia, oppure il ribrezzo davanti a corpi mutilati? Cos'è che ci piace nel dispiacere?

Hostel ci esemplifica, così come ogni film horror che si rispetti, le dinamiche dello spettatore al cinema che guarda un film dell'orrore. Questo film, come il suo sequel e come molte altre pellicole simili, fa parte di un genere particolare che ha visto la sua nascita ed il suo sviluppo in quest'ultimo decennio: il Torture Porn. Vi chiedete, che c'entra con il porn? Non potevano chiamarlo torture movie? Eh no. C'entra eccome per due motivazioni diverse.

- La prima, contenutistica (ossia che riguarda gli eventi raccontati dal film), è che alle scene di torture esplicite sono spesso affiancante delle scene di sesso. Non potrebbe esserci film più adatto di Hostel per evidenziare questo elemento, infatti la trama è fondamentalmente divisa in due parti. Nella prima degli studenti americani in vacanza si divertono ad Amsterdam tra droghe e sesso, nella seconda, dei facoltosi imprenditori da tutto il mondo si divertono con gli studenti, tra motoseghe e trapani.
- Questo ci porta direttamente alla seconda motivazione del termine torture porn, quella formale, ossia il godimento. Gli studenti se la spassano, i carnefici provano il proibito piacere del sangue e lo spettatore, a sua volta, si sente eccitato nel seguire le vicende erotiche dei protagonisti e allo stesso tempo la loro tragica fine. Si potrebbe esagerare e dire che l'horror non sia altro che una diramazione del porno, specialmente nella sua accezione contemporanea di torture porn. Anche se, con Hostel, si assiste ad una sproporzione, probabilmente voluta da Roth, che nel resto dei film di genere non accade.

Altro esempio. Il vampiro è sempre stato uno dei simboli universali del film dell'orrore, fin dal Dracula di Browning con Bela Lugosi. Questo personaggio dell'immaginario fantastico è caratterizzato dal suo vivere al limite tra la vita e la morte ed ha sempre agito tramite una commistione di seduzione e violenza nei confronti delle sue vittime. Lo sguardo ammaliante, il bacio sul collo ed il morso sono elementi che si trovano in bilico tra il sesso e la morte, l'eros ed il thanatos. Freud troverebbe pane per i suoi denti nel leggere il romanzo dell'irlandese Bram Stoker sul conte più famoso della Transilvania.
Nella rappresentazione filmica del vampiro (ricordo anche Nosferatu di Murnau, dove tutto è molto più sottile e la messa in scena è deliziosamente espressionista) la venatura “porn” del film horror rimane nascosta, per non tradire la sua origine, e non viene mai resa esplicita come nel caso del più recente Twilight o del serial televisivo True Blood.
Oh, Bigio ce l'ha con Twilight! Non ce l'ho con Twilight, anzi, credo che nell'operazione di “riesumare” il vampiro abbiano fatto centro. Il cinema (e la letteratura in questo caso) si evolve, i tempi cambiano e di film sui vampiri in stile Anne Rice ve ne sono a bizzeffe. Quelli della saga della Meyer rappresentano quanto sia vuoto e superficiale il mondo degli adolescenti di questo periodo, la lotta tra due creature mitologiche quali i vampiri ed i lupi mannari, carichi di simbolismo e misticismo del passato, si risolve nella questione amorosa tra Bella ed i due simpatici amanti forniti di addominali scolpiti (e brillanti) e ciuffi emo.

Come direbbe Eddie Vedder: It's evolution, baby! Ed il nostro Occhio Scavatore deve rimanere al passo con i tempi.

PS: Se volete farvi due risate, date un'occhiata al trailer qua sotto. Riassume il mio discorso in pochi minuti e lo rappresenta in una maniera dannatamente più efficace :D Lesbian Vampire Killers. Enjoy!





martedì 15 giugno 2010

Funny Sandler



Mi piace vedere film comici, forse l'ho anche già detto un paio di volte.
Non solo mi piace ridere, ma se la risata è accompagnata da una riflessione la cosa diventa veramente interessante.

Spulciando tra la filmografia recente di alcuni tra i più importanti attori comici di questo periodo è saltato fuori un film del 2009: Funny People. Molti dei miei amici lo avevano visto, io avevo anche tentato di farlo ma dopo un pochino mi ero stufato. Forse non era il momento adatto.
Fatto sta che ho ripreso in mano il dvd e mi sono concentrato su queste 2 ore di comicità americana, cosa ho scoperto? Non solo una commedia, ma un film che parla della comicità.

Ok, in breve, come sempre, rendiamo questa parte di “trama” una cosa veloce ed indolore così chiunque voglia vedere il film lo potrà tranquillamente fare senza dover pensare “Mh, il Bigio mi ha spoilerato tutto, che me lo vedo a fare?

Il protagonista, Adam Sandler, “The Sandman”, che interpreta un suo alter ego attore comico dal passato glorioso e dal futuro incerto, tale George Simmons. Questa mancanza di creatività viene accompagnata da un malessere che si rivela essere più grave del previsto, una malattia al sangue che potrebbe portarlo ad una morte certa entro poco tempo. George si ritrova costretto a mettere in discussione la sua intera esistenza e rivalutare ogni piccolo aspetto della sua carriera/vita privata con l'aiuto di Ira, giovane comico esordiente.
Sembra anche troppo semplice, una cosa banale, magari, vi chiederete voi, alla fine del film lui guarisce e trova una bella fidanzata per vivere felice e contento. Sarebbe banale se la trama si fermasse dove ve l'ho raccontata, in realtà questa serie di eventi si concludono entro la prima metà della pellicola. A mio avviso, però, la seconda metà risulta così pesante (proprio perché sembra una cosa “in più”) da risultare noiosa, nonostante sia la conclusione di una trama con degli sviluppi interessanti.



Non parliamo più di eventi, adesso, iniziamo a scavare.
Che ruolo ha la comicità in questo film? Sandler nel finale dice “Comedy, usually, is for funny people”. Ma è sempre così?
Da quanto si evince dalla storia, George, proprio come Ira, era una persona divertente. La sequenza introduttiva del film è un collage di una serie di homemade video del giovane Adam Sandler durante i suoi esordi su Mtv o SNL. Questo dimostra che, telecamera o meno, lui era un ragazzo talentuoso che non mancava un'occasione per fare battute o scherzi, inventare personaggi e situazioni assurde, per ridere e far ridere. Questo è essere divertente e divertirsi. La comicità è un'altra storia. George diventa un comico quando si vende all'industria della risata e diventa la star di alcune pellicole imbarazzanti dal punto di vista qualitativo. Quasi come i nostri cinepanettoni.
La differenza tra la “comedy” e le “funny people” ce l'abbiamo di fronte dall'inizio del film, poiché, proprio per la sua mancanza di entusiasmo, George si serve del talento giovane e creativo di Ira per rinascere. Si nutre del suo stupore per ogni nuova situazione e per la voglia continua di mettersi in gioco anche per ricevere uno spazio di due minuti su un grosso palcoscenico.
Un secondo elemento che ci permette di dividere questi due aspetti della comicità è la testimonianza del personaggio interpretato da Eric Bana, il quale aveva dei grossi pregiudizi su George, reputandolo un'idiota, deducendo il suo carattere dai film ai quali ha prestato il volto. Una volta conosciuto meglio e trascorso un'intera serata con lui dovrà ricredersi, lui è in effetti una “persona simpatica” e continua ad esserlo nonostante la sua carriera.

Il comico di professione perde l'aura della comicità, come direbbe Walter Benjamin, e si abbandona alla riproduzione tecnica della risata. Un processo meccanico, privo di qualunque originalità e valore storico.

Questo dualismo ci appare molto chiaro anche grazie alla presenza della malattia che affligge il protagonista. Nel momento in cui George guarisce da questa (sempre dicendo che potrebbe tornare da un momento all'altro) capiamo bene che qualcosa è cambiato anche nel suo modo di vedere le cose. Il George malato è il commediante privo di comicità, quello sano è la “persona simpatica” che di mestiere si diverte a far ridere la gente. Possiamo dire che riesce a guarire proprio grazie alle “cure” di Ira, talmente affezionato a lui che lo accompagna fino al momento di andare a dormire e continua a stargli vicino anche mentre dorme.
La comicità (e l'amicizia in questo caso) è la migliore medicina, questo film ce lo dimostra in più occasioni. Concludo citando la divertente sequenza (che non riesco a trovare su Youtube!) dove George e Ira prendono in giro il medico dall'accento svedese, trasformando una drammatica visita ospedaliera ad un malato quasi terminale in una comica che si conclude, appunto, con l'affermazione del medico verso Geroge : “You're a funny man”.


giovedì 10 giugno 2010

V per Visione




Parlando del film “V for Vendetta” bisogna premettere che non ci troviamo di fronte ad un comune action movie, ma a qualcosa di differente.
Il film dei fratelli Wachowsky fa parte di quella nuova generazione di pellicole che uniscono un virtuosismo tecnico ad una grande profondità di temi e contenuti. Queste vengono spesso premiate per la fotografia, il montaggio e la regia, ma poco compresi dal grande pubblico, in quanto trattano temi complicati e, alle volte, disturbanti. L’argomento che accomuna le produzioni di questi registi è, come in questo caso, la Vendetta.
Un secondo elemento che li associa è il costante utilizzo di citazioni. Tarantino è conosciuto dal pubblico come il regista delle citazioni, dagli spaghetti-western ai b-movie, dai primi horror italiani (Argento e Fulci) ai kung-fu movie degli anni 70 e 80. Basta prendere in esame il suo ultimo prodotto, Kill Bill, è una serie continua di scene prese in prestito da altri film. Molti lo apprezzano, ad alcuni non piace, ma comunque questa è la realtà e la cinematografia sta avendo buoni risultati grazie a queste pellicole.
Per parlare di questo particolare film (e non della graphic novel dal quale è tratto) mi piace sempre ripensare a quei pochissimi minuti del finale, dove viene espressa l’esplosività di questa pellicola. Ciò che, a mio avviso, lascia il segno, dopo la visione di “V for Vendetta”, è la potenza che sprigiona nelle singole scene, nell’uso dettagliato dei colori e delle luci, della musica e, ovviamente, della computer graphic. Come ho precisato in precedenza, la forza di questo genere di film è nella tecnica originale, grazie all’uso magistrale dei mezzi che il progresso ci fornisce.

Il film è devastante, è il manifesto di una rivoluzione su celluloide, è il genere di film che adoro. Una pellicola del genere riesce a comunicare in modo eccellente il suo messaggio, non lascia nulla al caso e al fraintendimento, è una vera e propria opera d’arte. E’ un film per coloro che non si accontentano di aprire la finestra di casa e osservare quello che li attende fuori, è per quelli che vogliono cambiare la realtà in cui vivono
Quando si aprono gli occhi per guardare il mondo ed è proprio questo mondo che non ci piace, è giunto il momento di cambiarlo. V per Vendetta aiuta a chiarire le idee, specialmente ad un ragazzo adolescente che deve decidere in questi pochi anni quale sarà il proprio futuro.

Ci troviamo in una Londra futuristica, leggermente retrò, di chiarissimo stampo orwelliano. Apprendiamo dal televisore acceso in camera dei due protagonisti che gli Stati Uniti d’America non esistono più, a causa di una grande guerra civile che ha portato al collasso la superpotenza. Nell’Inghilterra di questo ipotetico futuro prossimo vige una dittatura totalitaria. Lo slogan di propaganda di questo “Grande Fratello” è : “Unità attraverso la Forza; Forza attraverso la Fede“. Apprendiamo in seguito che ogni singola figura del governo è controllata da un consiglio superiore, presieduto da un dittatore: l’alto cancelliere Adam Sutler. L’informazione, la religione, la polizia ed i castigatori, una squadra di vigilanza segreta molto simile alle SS naziste o alle nostrane Camice Nere, sono gestiti dalla dittatura che si occupa di creare un clima vivibile per la nazione, nascondendo il totalitarismo dietro la maschera di una democrazia. Nonostante i vari tentativi del regime, i cittadini di Londra hanno il sospetto che la loro libertà sia minacciata e le squadre di repressione rinchiudono in campi di prigionia le minoranze etniche, religiose e sessuali.
In questo contesto si inserisce la figura di “V”: il protagonista senza nome e privo di un volto, salvo per la sua maschera, che riprende le fattezze del rivoluzionario inglese Guy Fawkes. L’identità del personaggio è celata in ogni suo piccolo particolare, infatti, la maggior parte delle frasi che pronuncia all’interno di film sono delle citazioni. Lui stesso non è altro che un grande riferimento, la rappresentazione vivente di un ideale più grande, come viene spiegato al termine della pellicola: “Era Edmòn Dantés. Ed era mio padre e mia madre, mio fratello, un mio amico, era lei, ero io, era tutti noi”. Non si è voluto dare al personaggio di V un’identità innovativa perché lui stesso è il frutto della società in cui vive e la racchiude completamente, nei lati positivi ed in quelli negativi. Ci ricorda quel solitario Fantasma dell’Opera, rinchiuso nel suo sotterraneo, ma non quello dell’Operà Populare di Parigi, bensì una zona nei pressi della metropolitana londinese, il quale ardisce una congiura contro il governo.

Scocca la mezzanotte, inizia così il 5 di Novembre, giorno di rivoluzione, il giorno della congiura delle polveri.
La Vendetta ha inizio, è il primo atto dell’opera, appunto, l’Ouverture.
Suonano le campane e dal nulla si espande una musica travolgente; V ed Evey si trovano sul tetto di un palazzo, ed il direttore di questa orchestra improvvisata è pronto per cominciare. Tiene il tempo con la bacchetta e solo dopo pochi secondi di attesa arriva il tanto bramato crescendo: il palazzo dell’Old Bailey esplode. Nel caos più totale risuona la musica di Tchaikovsky, l’Ouverture 1812, tema musicale più che caro alla rivoluzione russa, gli strumenti a percussione si confondono con le esplosioni e con mille fuochi artificiali di colori accesi, crolla una parte della tradizione inglese che rappresenta ormai solamente la dittatura.
Questo primo atto terroristico di V innesca automaticamente nello spettatore una domanda : Ma è realmente giusto tutto questo? Con il pretesto di una rivoluzione è possibile infrangere una legge morale, come può essere il “non uccidere”? Il quesito riuscirebbe a metterebbe in crisi il filosofo tedesco Immanuel Kant, colui che ha chiarito il problema della morale una volta per tutte nella sua “Critica della Ragione Pratica”, ma che ha parlato anche esplicitamente di diritto nella "Metafisica dei Costumi".
La tradizione filosofica britannica (ed in seguito americana), sul tema politico e delle libertà ragiona in maniera differente da quella tedesca, infatti, a partire dagli albori della rivoluzione inglese ci troviamo di fronte ai testi sul liberalismo e sulla tolleranza religiosa di John Locke e quelli utilitaristici di John Stuart Mill. Locke anticipa il pensiero politico della rivoluzione americana dichiarando con fervore quali siano i diritti dell’uomo, tra cui il diritto alla rivoluzione.
Dall’esperienza visiva di V for Vendetta apprendiamo che V è un convinto liberalista e la sua identità di terrorista o rivoluzionario, come viene definito dal governo inglese, diviene quella di un vero e proprio eroe e patriota, com’è lo stesso Guy Fawkes agli occhi del popolo inglese. Che V sia un convinto “Jeffersoniano” lo attesta una delle numerose citazioni, che, ironia della sorte, è divenuta la più famosa dell’intero film, nel quale esclama “Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli”. Da un punto di vista ontologico il film è permeato dall’idea nietzschiana del “Distruggere per Ricreare”, dove creare un mondo diverso è possibile (anzi, necessario) ma prima di tutto bisogna distruggere quello in cui viviamo.

Un elemento costitutivo dell’intera vicenda è quello che maggiormente mi ha colpito, la domanda che mi sono posto durante il film, quando la Vendetta stava per compiersi e la rivoluzione era quasi conclusa. Una volta che il vecchio governo crollerà, sarà lo stesso V a prendere il comando dell’intera nazione? Commetterà anche lui lo stesso sbaglio che commise Oliver Cromwell dopo la rivoluzione inglese? Speravo con tutto il cuore che questo non avvenisse e, per fortuna, il mio dubbio venne chiarito nelle scene finali.
V salverà l’Inghilterra dal regime totalitario, ma, allo stesso tempo si accorgerà di non essere adatto al nuovo mondo che lui stesso ha contribuito a far nascere. Lui, il figlio di una dittatura, è stato forgiato dal fuoco della Vendetta, esposto a diversi esperimenti da parte del governo, questo ha fatto crescere il germe dell’odio. E’ un mostro, se lo vogliamo guardare da questo punto di vista, ed è così che Evey lo chiamerà dopo averlo conosciuto in modo accurato.
E’ memorabile il confronto tra i due protagonisti nel momento in cui prendono consapevolezza dei propri veri sentimenti, quando aprono finalmente gli occhi per guardare il mondo. V scopre l’Odio e la Vendetta attraverso il fuoco e le fiamme di un grande incendio, Evey viene bagnata dalle fredde lacrime del cielo di Londra che implora di essere liberato dal grigio che la opprime, in questo modo lei stessa diviene la luce di un nuovo futuro per il mondo. È lei la vera erede di V, colei che ancora riesce a giudicare ingiusta un azione di vendetta e che mantiene una propria morale, solo lei avrà le capacità di comunicarle al mondo. V non è altro che un messaggero, lui ci annuncia un mondo nuovo, è Zarathustra, ma sicuramente lui non farà parte di questo futuro perché appartenente al passato, proprio come la dittatura. Non è un caso che nella notte del 5 Novembre V distrugge il Parlamento e abbatte il governo, ma allo stesso tempo viene ucciso da questo ed esplode insieme a lui nel treno bomba diretto verso i sotterranei. Il futuro è in mano ad Evey, oltreuomo di un oltremondo, o semplicemente, speranza di un futuro migliore.

Ancora una volta si compie la Vendetta, pochi secondi e nuovamente tuona nell’aria la musica di Tchaikovsky, il bagliore delle esplosioni è accecante, finalmente il Parlamento è saltato in aria. Durante l’ultimo movimento di questa Sinfonia di Distruzione, l’intera Londra si toglie la maschera di V, non ne ha più bisogno, ora è libera.