sabato 14 agosto 2010

Ostello o bordello?

Dal titolo burlone avrete capito che, per un “compito a casa”, sono stato costretto dalle circostanze a vedere di seguito Hostel e Hostel 2 del prode Eli Roth, il nuovo visionario del gore che lavora ormai da qualche annetto sotto l'ala del padrino Quentin Tarantino.

Ne ho sentite un sacco su questi film e, istintivamente, non sono per niente portato a vedere gli horror contemporanei appena escono al cinema per delle motivazioni che, se ne avrete voglia, saranno chiare una volta che il “compito a casa” sarà concluso (e pubblicato...ma shh). Ricordo il polverone che hanno provocato queste pellicole, ricordo proteste da parte dei vari comitati genitoriali, divieti ai minori e minori che se ne fregavano dei divieti, insomma, le solite storie che in Italia sentiamo quando esce un nuovo prodotto sanguinolento e allettante come questo.
Il genere horror attira il pubblico e questo non è affatto un mistero, specialmente per gli addetti ai lavori. Il mistero è il perché piaccia così tanto. Riflettete. È lo spavento ad attirarci al cinema? Il sobbalzo dalla sedia, oppure il ribrezzo davanti a corpi mutilati? Cos'è che ci piace nel dispiacere?

Hostel ci esemplifica, così come ogni film horror che si rispetti, le dinamiche dello spettatore al cinema che guarda un film dell'orrore. Questo film, come il suo sequel e come molte altre pellicole simili, fa parte di un genere particolare che ha visto la sua nascita ed il suo sviluppo in quest'ultimo decennio: il Torture Porn. Vi chiedete, che c'entra con il porn? Non potevano chiamarlo torture movie? Eh no. C'entra eccome per due motivazioni diverse.

- La prima, contenutistica (ossia che riguarda gli eventi raccontati dal film), è che alle scene di torture esplicite sono spesso affiancante delle scene di sesso. Non potrebbe esserci film più adatto di Hostel per evidenziare questo elemento, infatti la trama è fondamentalmente divisa in due parti. Nella prima degli studenti americani in vacanza si divertono ad Amsterdam tra droghe e sesso, nella seconda, dei facoltosi imprenditori da tutto il mondo si divertono con gli studenti, tra motoseghe e trapani.
- Questo ci porta direttamente alla seconda motivazione del termine torture porn, quella formale, ossia il godimento. Gli studenti se la spassano, i carnefici provano il proibito piacere del sangue e lo spettatore, a sua volta, si sente eccitato nel seguire le vicende erotiche dei protagonisti e allo stesso tempo la loro tragica fine. Si potrebbe esagerare e dire che l'horror non sia altro che una diramazione del porno, specialmente nella sua accezione contemporanea di torture porn. Anche se, con Hostel, si assiste ad una sproporzione, probabilmente voluta da Roth, che nel resto dei film di genere non accade.

Altro esempio. Il vampiro è sempre stato uno dei simboli universali del film dell'orrore, fin dal Dracula di Browning con Bela Lugosi. Questo personaggio dell'immaginario fantastico è caratterizzato dal suo vivere al limite tra la vita e la morte ed ha sempre agito tramite una commistione di seduzione e violenza nei confronti delle sue vittime. Lo sguardo ammaliante, il bacio sul collo ed il morso sono elementi che si trovano in bilico tra il sesso e la morte, l'eros ed il thanatos. Freud troverebbe pane per i suoi denti nel leggere il romanzo dell'irlandese Bram Stoker sul conte più famoso della Transilvania.
Nella rappresentazione filmica del vampiro (ricordo anche Nosferatu di Murnau, dove tutto è molto più sottile e la messa in scena è deliziosamente espressionista) la venatura “porn” del film horror rimane nascosta, per non tradire la sua origine, e non viene mai resa esplicita come nel caso del più recente Twilight o del serial televisivo True Blood.
Oh, Bigio ce l'ha con Twilight! Non ce l'ho con Twilight, anzi, credo che nell'operazione di “riesumare” il vampiro abbiano fatto centro. Il cinema (e la letteratura in questo caso) si evolve, i tempi cambiano e di film sui vampiri in stile Anne Rice ve ne sono a bizzeffe. Quelli della saga della Meyer rappresentano quanto sia vuoto e superficiale il mondo degli adolescenti di questo periodo, la lotta tra due creature mitologiche quali i vampiri ed i lupi mannari, carichi di simbolismo e misticismo del passato, si risolve nella questione amorosa tra Bella ed i due simpatici amanti forniti di addominali scolpiti (e brillanti) e ciuffi emo.

Come direbbe Eddie Vedder: It's evolution, baby! Ed il nostro Occhio Scavatore deve rimanere al passo con i tempi.

PS: Se volete farvi due risate, date un'occhiata al trailer qua sotto. Riassume il mio discorso in pochi minuti e lo rappresenta in una maniera dannatamente più efficace :D Lesbian Vampire Killers. Enjoy!





domenica 18 luglio 2010

Zombie, sopravvivenza e comportamento umano


Il mito dello "Zombie" occidentale non ha più nessuna attinenza con quello del folklore Haitiano, dove per Zombie ci si riferiva a chi veniva manipolato da particolari sacerdoti che facevano cadere in stato catatonico le persone, controllandone l'anima grazie ad un rito Vudù (Wikipedia Docet); col passare degli anni infatti il mito è stato occidentalizzato ed inglobato nella nostra cultura grazie alla cinematografia in primis, ma anche a libri e videogiochi che trattavano l'argomento. Se si pensa allo Zombie si pensa al morto vivente, quello che in una notte "buia e tempestosa" esce fuori dalla sua tomba in un tetro cimitero, che cammina sbilenco con un colorito bianchiccio, brandelli di vestiti e carne penzolanti, che fa strani e a volte stupidi versi e, ovviamente, affamato insaziabilmente di carne umana. Lo stereotipo dello Zombie viene descritto nei film di George Romero, rendendo celebre quest'icona dell'horror in “La Notte dei Morti Viventi” del '68 e, 10 anni dopo, nel '78, col forse più famoso “Zombi” (Dawn of the Dead). Nonostante i suoi non furono i primi film che trattarono l'argomento, oserei dire che è proprio grazie a lui che questo fenomeno cinematografico ha preso piede, Italia compresa con i capolavori (e non) di Lucio Fulci. Dal classico Zombie poi se ne sono derivate delle varianti negli ultimi anni (a volte di infima qualità), quali ad esempio “The Mad” del 2007 dove chiunque mangiava un particolare Hamburger si trasformava in Zombie cannibale, oppure in “28 Giorni Dopo” (2002) ed il suo sequel “28 Settimane Dopo” (2007) dove i lentissimi Zombie sono rimpiazzati da malati di Rabbia che corrono come dannati e squartano come mietitrebbie.. Insomma, le trame di fondo sono le più disparate, molte volte si cerca una causa "originale" per giustificare il morbo-Zombie, ma gira che ti rigira si finisce sempre nel solito film dove un gruppo di superstiti cerca di sopravvivere mentre vengono serviti i soliti piatti a base di sangue e carneficina. Pochi sono i film che invece trattano l'argomento in modo VERAMENTE originale, cercando di mettere al di sopra del concetto sopra citato una trama ben costruita e congegnata.

Ho sempre pensato che negli Zombie-Movie ci fosse qualcosa che ci rispecchia nel profondo, mi riferisco ai sopravvissuti, ai personaggi dei film ancora sani ed alle loro meccaniche di sopravvivenza, dalle più prudenti e ponderate a quelle più violente ed istintive, riescono sempre ad attrarci ed affascinarci, perché sono sicuro che a chiunque è capitato almeno una volta di provare ad immedesimarsi ad un sopravvissuto di uno di quei film. Credo sia il fatto stesso di esser costretti a vivere in una società che non è più tale, di vedere come le convenzioni morali e sociali crollino sotto gli smembramenti di un orda di morti viventi (LoL ho fatto la rima), non ci sono più regole, si è costretti a sopravvivere scappando, nascondendosi, e se necessario combattendo ed uccidendo chi è già morto. Avresti mai pensato tu, Mario Rossi, di dover staccare la gamba di un tavolino per spaccare qualche cranio mentre cerchi di farti largo fuggendo? E Mario, dimmi, avresti mai pensato di vedere la città in cui sei cresciuto deserta, senza più macchine, con gente barcollante che cammina guardando nel vuoto tra uno schizzetto di sangue qua e là? No Mario, non credo.
Si lo so lo so, sto facendo di tutti gli zombie-movie uno stereotipo generale, soprattutto dei B-movie queste caratteristiche “classiche” si ritrovano sempre, ma è necessario per arrivare al punto chiave della questione: vi siete mai chiesti DAVVERO come vi comportereste se foste COSTRETTI ad affrontare tutto questo?
Perché molto spesso capita pensare “Ma guarda quello che bastardo, poteva aiutarla!” oppure “Ma perché è andato lì?! Idiota ora ci finisce secco!” o ancora “Io non riuscirei a sparargli..” e così via; io credo che nessuno di noi può giudicare davvero le azioni e le decisioni di questi personaggi, perché si trovano davvero in una situazione del tutto particolare, certamente impossibile nella realtà, ma comunque assurda, impensabile, che travolge inaspettatamente senza dare il tempo di rendersi conto.E appunto per questo mi chiedo, sono tanto fuori dal mondo certi comportamenti? L’umanità e la compassione rimarrebbero immutati negli animi delle persone? La sopravvivenza porterebbe una tranquilla casalinga a sparare in fronte ad uno Zombie? Si acquisterebbe la freddezza e la lucidità per fare ciò che è necessario per sopravvivere?
Io ho notato che, a parte il classico gruppo di sopravvissuti che va girovagando in cerca di un rifugio o un classico supermercato, possiamo distinguere 2 tipi di sbalzi comportamentali: lo Squilibrato e l’Illuso.
Mi spiego meglio: Lo Squilibrato è colui che rendendosi conto della situazione che ormai si è creata, la sfrutta, coglie la palla al balzo per liberarsi una volta per tutte delle convenzioni morali a cui si è sottoposti normalmente, e a mio modesto parere lo Squilibrato è colui che cercherà il Divertimento in una situazione del genere. Certo, la priorità è sopravvivere, ma come dimenticare il gruppo di motociclisti che razzia e uccide divertendosi in "Zombi"? Oppure i cecchini in "Day of the Dead" che si divertono a sparare a determinati morti viventi semplicemente per “ammazzare” il tempo? Alla fine lo Squilibrato può far suo un mondo che prima non lo era, può liberare ogni suo desiderio e, perché no, frustrazione repressa: le case son da razziare perché ormai desolate, le strade sono libere e quindi percorribili nel modo che si vuole, i negozi sono di libero accesso, idem per le armi, e si ha la possibilità di UCCIDERE, istinto che dell’uomo ha sempre fatto parte ma che, per fortuna, raramente viene fuori in questa società. Ma la società non è più la stessa, il mondo è cambiato e ormai ognuno è guidato dal suo libero arbitrio.
L’Illuso invece è quel personaggio che nonostante l’essersi reso conto che la piaga e gli zombie dilagano, cerca di mantenere una calma anormale, s’illude che la situazione è sotto controllo, magari barricandosi in casa, e cercando di vivere nel modo più normale possibile, nell’illusione che la minaccia “Esterna” non potrà mai intaccare le solide assi inchiodate sulla porta.Attenzione perché l’illuso purtroppo è portato a vivere così, molto spesso dal tempo che passa e dall’impossibilità di cambiare le cose, si ricordi in "28 Settimane Dopo", ad inizio film, il gruppo di rifugiati nella casa che ormai cercavano di sopravvivere nel modo più “Normale” possibile, oppure in "28 Giorni Dopo" ancor meglio, il Padre e la Figlia che vivevano barricati all’ultimo piano del palazzo.Il problema è che difficilmente la figura dell’Illuso sopravvive, se non c’è qualcosa che intacchi l’alone di “Normalità” che si è creato intorno a se stesso, infatti riferendomi ai 2 film appena citati, nel primo finirà male dato l’improvviso assalto di Zombie-Rabbiosi, e nel secondo invece riusciranno a scamparla, grazie al fatto che i protagonisti riescono a mettersi in contatto con padre e figlia, i quali tappati nella loro casa erano costretti a vivere quasi nella norma, in attesa di qualcuno o qualcosa che gli facesse cambiare quel malsano status quo.
Quindi ormai in un mondo così diverso è difficile trovare anche qualcosa di Normale o Giusto nei comportamenti che acquistano i sopravvissuti.. E’ vero che questi cercano di trovare una soluzione momentanea per trarre in salvo la loro vita, ma è anche vero che durante questa ricerca e questo percorso sono costretti a fare cose indicibili se considerati nella loro vita precedente, dove il mondo non conosceva la piaga degli Zombie. Quindi, per concludere, quali sono alla fine gli istinti reali? Quali i comportamenti giusti da attuare? Non basta aiutarsi e aiutare chi ne ha bisogno. Gli Zombie sono bastardi, ti costringono in situazioni in cui è necessario prendere decisioni “sbagliate” ma FORSE giuste in quel momento, ti costringono a uccidere, è inevitabile.
Sinceramente non mi meraviglierei a vedere che un nostro amico che normalmente è mite e riservato possa diventare un maniaco assassino, o al contrario che un amico a cui non daresti tanto credito potrebbe alla fine salvarti la vita in situazioni pericolose. La risposta possiamo averla solo vivendo una situazione del genere, ma ovviamente è impossibile, quindi chissà.. Rimarremo col dubbio di come potremmo “trasformarci” in un mondo invaso da morti che camminano, magari in uno di loro.. Chissà..

Il Trailer postato qui sotto è di uno dei film che, a mio modesto parere, tratta nel modo più divertente il tema degli Zombie, dissacrandoli completamente, e no, non è "L'Alba dei Morti Dementi" ma "Fido" dove dopo anni di guerre contro i non morti, uno scienziato inventa un collare che trasforma gli Zombie in pacifiche creature adatte ai lavori più comuni di casa, rendendoli praticamente delle Colf. Da vedere :)



venerdì 16 luglio 2010

Ancora alieni e ancora alienazioni


Lo avevo promesso, non ho avuto troppo tempo per farlo prima ma, per una fortunata coincidenza, ho acquistato il Dvd di questo film a pochi spicci ad un mercatino e mi sono convinto a parlarne in modo adeguato.

É cosa risaputa che gli Oscar ti fanno “rosicare”. A meno che tu non sia un fanatico del mainstream (e spesso neanche quello ti salva) oppure un pecorella cinematografica, il tuo film favorito non vincerà mai la statuetta dorata. Nel mio caso, ancora più radicale da alcuni punti di vista, ho sempre visto perdere miserabilmente le pellicole che più avevo apprezzato nel corso dell'annata cinematografica. Spesso alcuni film non ci sono neanche mai arrivati agli Oscar. Ma va bene.
Quest’anno il panorama degli Accademy Awards ci prospettava una sfida molto interessante, forse troppi film meritevoli in concorso, per motivazioni disparate.

Il colosso della tecnologia con gli alieni blu, il film della regista donna impegnata politicamente, la ribalta delle minoranze aliene in Sudafrica, il “capolavoro” di Tarantino, una scabrosa passeggiata nei bassifondi della cultura afro-americana negli USA, ribalta di attori sfigati ed il blockbuster lacrimone della Pixar. Non si direbbe, ma sono tutti film che ho molto apprezzato!
Io però punto sempre sul cavallo zoppo, è una delle mie caratteristiche, e quest'anno è toccato al caro e bistrattato: District 9.


 Avevo pensato di parlare di questo film, confrontandolo con la sua “nemesi” Avatar, ma sarebbe troppo riduttivo, per cui dedicherò solo poche righe a questo argomento.
La prima impressione che ho avuto di District 9 è stata “Wow, se Cronenberg avesse letto la sceneggiatura di Avatar, ne avrebbe tratto queste conclusioni!”. I due film hanno molto in comune, ma sviluppano le stesse tematiche in maniera molto differente.
Il discorso di Cameron rimane collocato all'interno dell'estetica della perfezione mentre questa produzione indipendente scende in profondità e non si lascia accecare dalla possibilità di un lieto fine hollywoodiano. Mi spiego meglio.

Entrambi i protagonisti del film si muovono (uno liberamente, l'altro coattivamente) tra l'umano ed il sovrumano. Il soldato che sfrutta le nuove tecnologie per perfezionarsi tramite il suo gigantesco avatar alieno si trova nella stessa posizione del povero impiegato che muta, ora dopo ora, dalla sua condizione di umano a quella di “fuckin' prawn”. Entrambi acquistano una diversa consapevolezza della propria condizione, si trovano a rivalutare le istituzioni che hanno supportato fino a poco tempo prima, le stesse che li hanno traditi e tentano di sopraffare la popolazione aliena. Razzismo, in pratica.
Il protagonista di Avatar vuole cambiare corpo, o meglio, vuole perfezionare il proprio corpo difettoso. In D9, invece, il protagonista viene derubato della sua condizione di soddisfazione (lavorativa, familiare e psicologica) per fare fronte ad un cambiamento sociale che coinvolge. L'integrazione razziale diviene integrazione corporea, fisica e patologica dell'individuo e diviene parte della razza aliena.

Perché ho pensato a David Cronenberg? Lui è il regista del “corpo” per eccellenza e District 9 è un film molto “fisico”. Come in “La Mosca”, il protagonista subisce una metamorfosi che viene rappresentata in maniera eccellente dall'apparato di effetti speciali della pellicola.
Questa metamorfosi, però, nel caso di D9 non è solamente fisica ma, come abbiamo accennato, sociologica. Wikus (Sharlto Copley), proprio perché rappresenta la diplomazia terrestre è costretto a “mettersi nei panni” degli alieni e quindi si immedesima nei problemi della loro razza. Ancora una volta, queste sono tematiche che vediamo trattate in Avatar (la stessa sequenza finale di lotta tra Wikus ed il cattivone di turno è molto simile all'epilogo di Avatar, data la presenza dei mecha robotici in entrambi gli scontri) ma il film di Cameron è meno attento alle dinamiche sociali e più intento alla creazione di una realtà parallela e fantastica dove lo spettatore possa vivere e dimenticare i propri problemi (non risolverli).


Ora, scaviamo un pochino nel territorio di District9 traendo qualche conclusione dai suoi elementi costitutivi.
Il film è innegabilmente un particolare sci-fi movie. Nonostante non si mantenga sulle tematiche dell'invasione aliena, proprie del genere, che sia pacifica o bellicosa. Infatti, gli alieni di D9 sembrano più dei naufraghi. La sequenza iniziale dove la spedizione terrestre esplora l'interno della mothership che si staglia sopra Johannesburg ci ricorda un ipotetico servizio del telegiornale con titolo “un nuovo sbarco di profughi a Lampedusa”. Non abbiamo l'immagine canonica degli alieni sviluppati tecnologicamente che scendono trionfanti dalla nave proclamando “veniamo in pace”, non sono Visitors. Non hanno neanche l'aspetto grottesco dei cervelloni di Mars Attack, però! Per essere degli alieni, sono molto umani.
Nessuno ci spiega il motivo della loro venuta, sappiamo solamente che è necessario convivere con questa popolazione estranea alla nostra cultura e ai nostri costumi. La situazione ci è molto familiare, basti pensare al problema dell'immigrazione che ha occupato le prime pagine dei quotidiani mondiali da un secolo a questa parte. Per farla breve, i profughi intergalattici sono qui per restare e noi dobbiamo abituarci a questa situazione.

Questo mi porta a sviluppare una considerazione sulla forma.
Il film District9 non è altro che la fenomenologia di un tentativo di risoluzione di una problematica sociale, ossia quella dell'immigrazione. Il fatto che sia ambientato in Sudafrica non ci deve fare pensare ai Mondiali 2010 ma ad un problema, forse più oscurato che sottolineato da questo evento, come l'Apartheid. La pellicola ricalca una situazione storica del passato, la segregazione dei neri in Sudafrica, riproponendo il tutto grazie alla magia del cinema, seguendo la grandiosa intuizione di Tarantino nel suo ultimo film “Inglorious Basterds”. Ci è possibile cambiare la storia, anche solamente con il potere dell'immaginazione, e dare un esito differente ad un evento drammatico che ci ha colpiti nel profondo.
Il Sudafrica ha una “seconda chance” per rimediare agli errori del passato, invece incappa nella stessa identica problematica senza trovarne una soluzione.
La questione del “Distretto 9” come ghetto per rinchiudere le forme aliene non è la soluzione, questa forma di segregazione, come ci mostra il film, non è altro che un ricettacolo di violenza, criminalità e odio. La vera soluzione a questo problema è quella che, indirettamente, fornisce Wikus.

Il filosofo Leibniz ed, in seguito, Kant, ci parlano di una sensibilità che gli uomini hanno in comune. Il primo discute di questa facoltà espressamente per risolvere problematiche, il secondo affronta il tema nella Critica della facoltà di Giudizio per giustificare la comunicabilità dello stato d'animo di ogni persona. Entrami sono d'accordo su un passaggio: è necessario mettersi al posto dell'altro, sentire ciò che sente l'altro e partecipare del dolore altrui per comprenderlo nel migliore dei modi.
Wikus diventa alieno, si aliena (come direbbe Feuerbach) da se, muta il proprio corpo radicalmente, tanto che, nel finale della sua vicenda personale, preferisce mettere al primo posto la salvezza di quello che è ormai divenuto il suo popolo, piuttosto che curarsi da questa condizione che lo affligge.
Nella fenomenologia dell'immigrazione, Wikus ha saputo comprendere al meglio la situazione, cosa che prima della metamorfosi non era riuscito a fare, ed ha agito concretamente per risolverla. Wikus è il simbolo dell'integrazione razziale e District 9 ne racconta la storia.
Niente amore, niente alieni blu e niente lieto fine. Specialmente per Wikus.




martedì 15 giugno 2010

Funny Sandler



Mi piace vedere film comici, forse l'ho anche già detto un paio di volte.
Non solo mi piace ridere, ma se la risata è accompagnata da una riflessione la cosa diventa veramente interessante.

Spulciando tra la filmografia recente di alcuni tra i più importanti attori comici di questo periodo è saltato fuori un film del 2009: Funny People. Molti dei miei amici lo avevano visto, io avevo anche tentato di farlo ma dopo un pochino mi ero stufato. Forse non era il momento adatto.
Fatto sta che ho ripreso in mano il dvd e mi sono concentrato su queste 2 ore di comicità americana, cosa ho scoperto? Non solo una commedia, ma un film che parla della comicità.

Ok, in breve, come sempre, rendiamo questa parte di “trama” una cosa veloce ed indolore così chiunque voglia vedere il film lo potrà tranquillamente fare senza dover pensare “Mh, il Bigio mi ha spoilerato tutto, che me lo vedo a fare?

Il protagonista, Adam Sandler, “The Sandman”, che interpreta un suo alter ego attore comico dal passato glorioso e dal futuro incerto, tale George Simmons. Questa mancanza di creatività viene accompagnata da un malessere che si rivela essere più grave del previsto, una malattia al sangue che potrebbe portarlo ad una morte certa entro poco tempo. George si ritrova costretto a mettere in discussione la sua intera esistenza e rivalutare ogni piccolo aspetto della sua carriera/vita privata con l'aiuto di Ira, giovane comico esordiente.
Sembra anche troppo semplice, una cosa banale, magari, vi chiederete voi, alla fine del film lui guarisce e trova una bella fidanzata per vivere felice e contento. Sarebbe banale se la trama si fermasse dove ve l'ho raccontata, in realtà questa serie di eventi si concludono entro la prima metà della pellicola. A mio avviso, però, la seconda metà risulta così pesante (proprio perché sembra una cosa “in più”) da risultare noiosa, nonostante sia la conclusione di una trama con degli sviluppi interessanti.



Non parliamo più di eventi, adesso, iniziamo a scavare.
Che ruolo ha la comicità in questo film? Sandler nel finale dice “Comedy, usually, is for funny people”. Ma è sempre così?
Da quanto si evince dalla storia, George, proprio come Ira, era una persona divertente. La sequenza introduttiva del film è un collage di una serie di homemade video del giovane Adam Sandler durante i suoi esordi su Mtv o SNL. Questo dimostra che, telecamera o meno, lui era un ragazzo talentuoso che non mancava un'occasione per fare battute o scherzi, inventare personaggi e situazioni assurde, per ridere e far ridere. Questo è essere divertente e divertirsi. La comicità è un'altra storia. George diventa un comico quando si vende all'industria della risata e diventa la star di alcune pellicole imbarazzanti dal punto di vista qualitativo. Quasi come i nostri cinepanettoni.
La differenza tra la “comedy” e le “funny people” ce l'abbiamo di fronte dall'inizio del film, poiché, proprio per la sua mancanza di entusiasmo, George si serve del talento giovane e creativo di Ira per rinascere. Si nutre del suo stupore per ogni nuova situazione e per la voglia continua di mettersi in gioco anche per ricevere uno spazio di due minuti su un grosso palcoscenico.
Un secondo elemento che ci permette di dividere questi due aspetti della comicità è la testimonianza del personaggio interpretato da Eric Bana, il quale aveva dei grossi pregiudizi su George, reputandolo un'idiota, deducendo il suo carattere dai film ai quali ha prestato il volto. Una volta conosciuto meglio e trascorso un'intera serata con lui dovrà ricredersi, lui è in effetti una “persona simpatica” e continua ad esserlo nonostante la sua carriera.

Il comico di professione perde l'aura della comicità, come direbbe Walter Benjamin, e si abbandona alla riproduzione tecnica della risata. Un processo meccanico, privo di qualunque originalità e valore storico.

Questo dualismo ci appare molto chiaro anche grazie alla presenza della malattia che affligge il protagonista. Nel momento in cui George guarisce da questa (sempre dicendo che potrebbe tornare da un momento all'altro) capiamo bene che qualcosa è cambiato anche nel suo modo di vedere le cose. Il George malato è il commediante privo di comicità, quello sano è la “persona simpatica” che di mestiere si diverte a far ridere la gente. Possiamo dire che riesce a guarire proprio grazie alle “cure” di Ira, talmente affezionato a lui che lo accompagna fino al momento di andare a dormire e continua a stargli vicino anche mentre dorme.
La comicità (e l'amicizia in questo caso) è la migliore medicina, questo film ce lo dimostra in più occasioni. Concludo citando la divertente sequenza (che non riesco a trovare su Youtube!) dove George e Ira prendono in giro il medico dall'accento svedese, trasformando una drammatica visita ospedaliera ad un malato quasi terminale in una comica che si conclude, appunto, con l'affermazione del medico verso Geroge : “You're a funny man”.


giovedì 10 giugno 2010

V per Visione




Parlando del film “V for Vendetta” bisogna premettere che non ci troviamo di fronte ad un comune action movie, ma a qualcosa di differente.
Il film dei fratelli Wachowsky fa parte di quella nuova generazione di pellicole che uniscono un virtuosismo tecnico ad una grande profondità di temi e contenuti. Queste vengono spesso premiate per la fotografia, il montaggio e la regia, ma poco compresi dal grande pubblico, in quanto trattano temi complicati e, alle volte, disturbanti. L’argomento che accomuna le produzioni di questi registi è, come in questo caso, la Vendetta.
Un secondo elemento che li associa è il costante utilizzo di citazioni. Tarantino è conosciuto dal pubblico come il regista delle citazioni, dagli spaghetti-western ai b-movie, dai primi horror italiani (Argento e Fulci) ai kung-fu movie degli anni 70 e 80. Basta prendere in esame il suo ultimo prodotto, Kill Bill, è una serie continua di scene prese in prestito da altri film. Molti lo apprezzano, ad alcuni non piace, ma comunque questa è la realtà e la cinematografia sta avendo buoni risultati grazie a queste pellicole.
Per parlare di questo particolare film (e non della graphic novel dal quale è tratto) mi piace sempre ripensare a quei pochissimi minuti del finale, dove viene espressa l’esplosività di questa pellicola. Ciò che, a mio avviso, lascia il segno, dopo la visione di “V for Vendetta”, è la potenza che sprigiona nelle singole scene, nell’uso dettagliato dei colori e delle luci, della musica e, ovviamente, della computer graphic. Come ho precisato in precedenza, la forza di questo genere di film è nella tecnica originale, grazie all’uso magistrale dei mezzi che il progresso ci fornisce.

Il film è devastante, è il manifesto di una rivoluzione su celluloide, è il genere di film che adoro. Una pellicola del genere riesce a comunicare in modo eccellente il suo messaggio, non lascia nulla al caso e al fraintendimento, è una vera e propria opera d’arte. E’ un film per coloro che non si accontentano di aprire la finestra di casa e osservare quello che li attende fuori, è per quelli che vogliono cambiare la realtà in cui vivono
Quando si aprono gli occhi per guardare il mondo ed è proprio questo mondo che non ci piace, è giunto il momento di cambiarlo. V per Vendetta aiuta a chiarire le idee, specialmente ad un ragazzo adolescente che deve decidere in questi pochi anni quale sarà il proprio futuro.

Ci troviamo in una Londra futuristica, leggermente retrò, di chiarissimo stampo orwelliano. Apprendiamo dal televisore acceso in camera dei due protagonisti che gli Stati Uniti d’America non esistono più, a causa di una grande guerra civile che ha portato al collasso la superpotenza. Nell’Inghilterra di questo ipotetico futuro prossimo vige una dittatura totalitaria. Lo slogan di propaganda di questo “Grande Fratello” è : “Unità attraverso la Forza; Forza attraverso la Fede“. Apprendiamo in seguito che ogni singola figura del governo è controllata da un consiglio superiore, presieduto da un dittatore: l’alto cancelliere Adam Sutler. L’informazione, la religione, la polizia ed i castigatori, una squadra di vigilanza segreta molto simile alle SS naziste o alle nostrane Camice Nere, sono gestiti dalla dittatura che si occupa di creare un clima vivibile per la nazione, nascondendo il totalitarismo dietro la maschera di una democrazia. Nonostante i vari tentativi del regime, i cittadini di Londra hanno il sospetto che la loro libertà sia minacciata e le squadre di repressione rinchiudono in campi di prigionia le minoranze etniche, religiose e sessuali.
In questo contesto si inserisce la figura di “V”: il protagonista senza nome e privo di un volto, salvo per la sua maschera, che riprende le fattezze del rivoluzionario inglese Guy Fawkes. L’identità del personaggio è celata in ogni suo piccolo particolare, infatti, la maggior parte delle frasi che pronuncia all’interno di film sono delle citazioni. Lui stesso non è altro che un grande riferimento, la rappresentazione vivente di un ideale più grande, come viene spiegato al termine della pellicola: “Era Edmòn Dantés. Ed era mio padre e mia madre, mio fratello, un mio amico, era lei, ero io, era tutti noi”. Non si è voluto dare al personaggio di V un’identità innovativa perché lui stesso è il frutto della società in cui vive e la racchiude completamente, nei lati positivi ed in quelli negativi. Ci ricorda quel solitario Fantasma dell’Opera, rinchiuso nel suo sotterraneo, ma non quello dell’Operà Populare di Parigi, bensì una zona nei pressi della metropolitana londinese, il quale ardisce una congiura contro il governo.

Scocca la mezzanotte, inizia così il 5 di Novembre, giorno di rivoluzione, il giorno della congiura delle polveri.
La Vendetta ha inizio, è il primo atto dell’opera, appunto, l’Ouverture.
Suonano le campane e dal nulla si espande una musica travolgente; V ed Evey si trovano sul tetto di un palazzo, ed il direttore di questa orchestra improvvisata è pronto per cominciare. Tiene il tempo con la bacchetta e solo dopo pochi secondi di attesa arriva il tanto bramato crescendo: il palazzo dell’Old Bailey esplode. Nel caos più totale risuona la musica di Tchaikovsky, l’Ouverture 1812, tema musicale più che caro alla rivoluzione russa, gli strumenti a percussione si confondono con le esplosioni e con mille fuochi artificiali di colori accesi, crolla una parte della tradizione inglese che rappresenta ormai solamente la dittatura.
Questo primo atto terroristico di V innesca automaticamente nello spettatore una domanda : Ma è realmente giusto tutto questo? Con il pretesto di una rivoluzione è possibile infrangere una legge morale, come può essere il “non uccidere”? Il quesito riuscirebbe a metterebbe in crisi il filosofo tedesco Immanuel Kant, colui che ha chiarito il problema della morale una volta per tutte nella sua “Critica della Ragione Pratica”, ma che ha parlato anche esplicitamente di diritto nella "Metafisica dei Costumi".
La tradizione filosofica britannica (ed in seguito americana), sul tema politico e delle libertà ragiona in maniera differente da quella tedesca, infatti, a partire dagli albori della rivoluzione inglese ci troviamo di fronte ai testi sul liberalismo e sulla tolleranza religiosa di John Locke e quelli utilitaristici di John Stuart Mill. Locke anticipa il pensiero politico della rivoluzione americana dichiarando con fervore quali siano i diritti dell’uomo, tra cui il diritto alla rivoluzione.
Dall’esperienza visiva di V for Vendetta apprendiamo che V è un convinto liberalista e la sua identità di terrorista o rivoluzionario, come viene definito dal governo inglese, diviene quella di un vero e proprio eroe e patriota, com’è lo stesso Guy Fawkes agli occhi del popolo inglese. Che V sia un convinto “Jeffersoniano” lo attesta una delle numerose citazioni, che, ironia della sorte, è divenuta la più famosa dell’intero film, nel quale esclama “Non sono i popoli a dover aver paura dei propri governi, ma i governi che devono aver paura dei propri popoli”. Da un punto di vista ontologico il film è permeato dall’idea nietzschiana del “Distruggere per Ricreare”, dove creare un mondo diverso è possibile (anzi, necessario) ma prima di tutto bisogna distruggere quello in cui viviamo.

Un elemento costitutivo dell’intera vicenda è quello che maggiormente mi ha colpito, la domanda che mi sono posto durante il film, quando la Vendetta stava per compiersi e la rivoluzione era quasi conclusa. Una volta che il vecchio governo crollerà, sarà lo stesso V a prendere il comando dell’intera nazione? Commetterà anche lui lo stesso sbaglio che commise Oliver Cromwell dopo la rivoluzione inglese? Speravo con tutto il cuore che questo non avvenisse e, per fortuna, il mio dubbio venne chiarito nelle scene finali.
V salverà l’Inghilterra dal regime totalitario, ma, allo stesso tempo si accorgerà di non essere adatto al nuovo mondo che lui stesso ha contribuito a far nascere. Lui, il figlio di una dittatura, è stato forgiato dal fuoco della Vendetta, esposto a diversi esperimenti da parte del governo, questo ha fatto crescere il germe dell’odio. E’ un mostro, se lo vogliamo guardare da questo punto di vista, ed è così che Evey lo chiamerà dopo averlo conosciuto in modo accurato.
E’ memorabile il confronto tra i due protagonisti nel momento in cui prendono consapevolezza dei propri veri sentimenti, quando aprono finalmente gli occhi per guardare il mondo. V scopre l’Odio e la Vendetta attraverso il fuoco e le fiamme di un grande incendio, Evey viene bagnata dalle fredde lacrime del cielo di Londra che implora di essere liberato dal grigio che la opprime, in questo modo lei stessa diviene la luce di un nuovo futuro per il mondo. È lei la vera erede di V, colei che ancora riesce a giudicare ingiusta un azione di vendetta e che mantiene una propria morale, solo lei avrà le capacità di comunicarle al mondo. V non è altro che un messaggero, lui ci annuncia un mondo nuovo, è Zarathustra, ma sicuramente lui non farà parte di questo futuro perché appartenente al passato, proprio come la dittatura. Non è un caso che nella notte del 5 Novembre V distrugge il Parlamento e abbatte il governo, ma allo stesso tempo viene ucciso da questo ed esplode insieme a lui nel treno bomba diretto verso i sotterranei. Il futuro è in mano ad Evey, oltreuomo di un oltremondo, o semplicemente, speranza di un futuro migliore.

Ancora una volta si compie la Vendetta, pochi secondi e nuovamente tuona nell’aria la musica di Tchaikovsky, il bagliore delle esplosioni è accecante, finalmente il Parlamento è saltato in aria. Durante l’ultimo movimento di questa Sinfonia di Distruzione, l’intera Londra si toglie la maschera di V, non ne ha più bisogno, ora è libera.




Mi faccio perdonare del ritardo!



Purtroppo, in questo periodo di esami, tesi e pensieri vari non trovo il tempo per vedere un bel film e parlarne nella maniera in cui mi piacerebbe farlo.


L'Occhio Scavatore continua a vivere nella mia testa, è il terzo occhio sempre aperto che ho sulla fronte e continua nella sua opera di riflessione sul cinema e sul presente. Quello che circonda quest'occhio, ossia il corpo che lo contiene, non ha tempo per scrivere! Come fare allora?

In attesa di un nuovo scritto, vi propongo una cosa un pochino "attempata", l'ho infatti scritta per un concorso durante l'ultimo anno di liceo. Però, anche a quell'epoca l'Occhio scavava eccome, ve ne potrete accorgere da soli leggendo questo articolo su V FOR VENDETTA dei fratelli Wachoswky!

A presto!

martedì 4 maggio 2010

Yes Man o Über Mensch ?

Ci sono quei film che guardi per farti solo due risate e film che guardi per avere delle risposte.I primi sono “usa e getta” che solitamente non si vedono più di una o due volte, magari in compagnia di amici o in situazioni di festa. Per come la penso io, alcune di queste pellicole divertenti hanno la stessa valenza (occhio al termine) dei drammoni strappalacrime e degli splatter di cattivo gusto.
I secondi, invece, sono quei film di culto che si mantengono nel tempo, si ricordano perché segnano la vita di colui che li guarda. Il vissuto dello spettatore si unisce al prodotto filmico creando un forte evento nella coscienza. Vedere un gran film ti cambia, è inevitabile. Non sei più la stessa persona.

Nella prima categoria figura spesso l'attore Jim Carrey. Nella seconda, anche.
Oltre alle stra note doti comiche dell'attore americano, ultimamente abbiamo avuto il piacere di vederlo recitare in alcuni ruoli più profondi, spesso tralasciando anche la venatura divertente.
Per citare qualche titolo : The eternal sunshine of the spottless mind ; The number 23 ; The Truman Show e l'ultimissimo I love you, Phillip Morris, tutte pellicole di grande valore artistico sulle quali spero vivamente di potermi soffermare in seguito (e magari lo faccio pure). Per una questione puramente cronologica, però, mi piacerebbe parlare di un altro film che magari in molti hanno visto ma hanno facilmente sottovalutato: “Yes, Man!”

Questa pellicola è un classico esempio di “via di mezzo”, un po' com'è stato con Truman Show. Ha un lato di puro intrattenimento con alcune sequenze veramente spassose (“I really like Red Bull!”) e un'idea di fondo che stimola molto la riflessione.
Sintetizzando al massimo, questa è la storia di un singolo uomo che un bel giorno decide di cambiare vita e assumere come imperativo categorico il “Si” in ogni situazione possibile ed immaginabile. Moglie nuova importata dall'estero? Si. Lezioni di una lingua inutile? Si. Partecipare ad un tristissimo party a tema Harry Potter? Si!
Non importa il COSA, è necessario accettare.

In realtà è molto semplice come trama, alla lontana ci potrebbe ricordare Liar, liar oBruce almighty, sempre (non a caso) con Jim Carrey nei ruoli principali, per le modalità di sviluppo degli eventi, anche se in questo caso non c'è nessuna magia di fondo. La decisione del protagonista di dire di “si” a tutto ciò che la vita gli presenta è presa consapevolmente, forzando la propria volontà e cambiando radicalmente modo di vivere.
Proprio questa è la chiave per interpretare le intenzioni mature di questo film. Si differenzia contenutisticamente dalle classiche commedie paradossali americane dal fatto che gli eventi sono, in un certo modo, fuori dal comune ma niente è fantastico. Non è costretto da nessuno, potrebbe scindere questo patto da un momento all'altro, non c'è nessun elemento esterno che lo obbliga, nessuna fidanzata lo lascia (oddio, in realtà si, però è fondamentale per acquistare la consapevolezza) e nessun bambino conta su di lui per avere nuovamente una famiglia riunita e felice.

  • Il protagonista prende in mano le redini della sua vita inconsapevole e, per viverla al meglio, si basa su un concetto, un'idea, seguendola ciecamente in un primo periodo, per poi interiorizzarla completamente in un secondo momento. Il “si” rientra nella definizione kantiana del termine “formale” indicando la modalità (accettare sempre) ma mai il contenuto dell'azione da compiere, che varia in ogni caso. Questo primo momento della vita di Carl coincide con il primo tempo del film, dove il protagonista compie la scelta fondamentale di diventare uno YES MAN (allontanandosi dal suo stato attuale di NO MAN) senza neanche sapere di cosa si tratti, proprio perché necessita di un cambiamento di prospettive.
  • Il secondo momento implica, invece, una riflessione da parte di chi compie l'azione. Non c'è più la cieca fedeltà all'ideale, perché proprio questo è stato demolito dalle parole del “guru” del film (il fondatore degli Yes Man) per cui anche l'imperativo smette di essere categorico e viene, finalmente, posto sul piano del dubbio. Avviene in questo modo quel passo avanti che, a mio avviso, è fondamentale per comprendere il grande apporto “benefico” di questo film verso chi lo guarda. Carl accetta le possibilità dell'esistenza ponendosi in maniera positiva verso di questa, senza accettare tutto inconsapevolmente, ma neanche rifiutando ogni novità che gli viene suggerita. Ora lui ha le capacità per valutare il meglio all'interno di una situazione. Il “Si” è ormai parte di lui, non ha più bisogno di imporsi sulla sua volontà, perché questa si è automaticamente conformata al si.
    Carl ha detto “si alla vita” così come ci consiglia Nietzsche, ha ascoltato la sua volontà e ne ha fatto potenza.
Non vi nascondo che questo film mi è stato di grande aiuto, principalmente per quella che è stata la mia esperienza di vita, per cui la passione con cui ne parlo non è affatto “accademica” ma genuina e originaria. Spesso è facile ritrovarsi nelle situazioni di un film, magari dopo averlo visto, ci si fa una risata sopra. Yes Man è la fotocopia della mia vita. Non scherzo! Solo che, fortunatamente, l'ho visto  dopo aver diretto il mio personale “film” ed essere uscito fuori da una situazione da NO MAN in piena regola.
In secondo luogo rientra a pieno nelle tematiche etiche che sono solito trattare nei miei studi in filosofia, infatti, il “passo avanti” di cui parlavamo è molto simile a quello compiuto dall'etica fenomenologica rispetto a quella kantiana. Il merito di Husserl, padre della fenomenologia, nelle sue "Lezioni di etica formale", è stato quello di ridare senso all'esistenza. Di colmare nuovamente il contenuto dell'azione morale.
Non ha senso dire di si a tutto, questo lo si capisce benissimo dalle avventure/disavventure di Carl. E' solamente il primo passo questo, fondamentale per l'apertura verso la vita, è necessario però completare questa esperienza e rendersi protagonisti delle proprie scelte fino in fondo, senza lasciarsi accecare da un principio, per quanto “buono” possa essere. Parlo anche di guerre sante, fondamentalismi e di tutte quelle dottrine che chiudono gli occhi invece che aprirli definitivamente.
L'etica della scelta è presente nel finale del film, come aspetto conclusivo di un processo lungo e faticoso che implica una grande forza di volontà che anche un personaggio, apparentemente inetto, come quello di Carl riesce a trasmettere.

Jim Carrey, come sempre, riesce a farci ridere (e parecchio!) ma questa volta ci parla di noi stessi e di come è possibile cambiare senza lasciarsi andare. Vi segnalo una sequenza (click please!), veramente molto divertente, dove al protagonista viene rimproverato proprio il fatto di essere sempre stato un “morto vivente”.