martedì 28 settembre 2010

Inghilterra e Skinhead

Di film che trattano la cultura Skinhead ce ne sono svariati, tra i quali è doveroso citare “American History X” (con Edward Norton) e “Romper Stomper” (con Russel Crowe), che affrontano il tema del razzismo nei contesti sociali di Stati Uniti ed Australia. Il film che, a mio parere, si distingue dagli altri, seppure sia meno conosciuto di questi due sopra citati, è “This Is England”, ambientato negli UK, dove la cultura Skin nasce e sviluppa le sue frange disparate.

Inghilterra, estate del 1983. Margareth Thatcher definisce una nuova politica di estremo conservatorismo, della rimessa in gioco di valori sociali scomparsi da tempo, riletti dagli occhi delle frange più estreme. Questo è il periodo in cui si radicalizza il distacco tra le varie ideologie Skinhead.
E’ esattamente questo il contenuto del film, che racconta la storia del dodicenne Shaun (Thomas Toogose), orfano di padre morto in guerra. Inizialmente il ragazzo viene deriso dalla maggior parte dei suoi coetanei, ma, fuori le mura della scuola, farà amicizia con un gruppo di ragazzi con camicie a scacchi, bretelle e Dr Martens, capitanati da Woody. Shaun viene messo a suo agio e indirizzato al divertimento sfrenato, cambiando il suo modo di vestire e modo di pensare, guadagnando finalmente una ragazza (molto) più grande di lui e facendo conoscere alla madre la sua nuova cerchia di amicizie. Riesce finalmente ad essere felicemente spensierato, come ogni adolescente della sua età.
La prima svolta importante arriva con Combo, l’elemento destabilizzante della storia, un amico di Woody appena uscito da un periodo di detenzione durato 3 anni, il quale si impegna nel creare un gruppo di giovani alternativo, facendo leva sul malcontento sociale di quel periodo come xenofobia, precarietà e quant’altro, incarnando così lo stereotipo classico dello Skinhead di destra, razzista e violento. I 2 gruppi non andranno ovviamente d’accordo fin dal principio, Combo è un carismatico parlatore e si insinuerà nella mente di alcuni membri del gruppo di Woody, tra i quali Milky (un ragazzo di colore) e Shaun stesso, facendoli passare dalla sua parte.

Stop, pausa, iniziamo ad analizzare le carte in tavola: abbiamo due differenti gruppi di giovani Skinhead con due differenti ideologie alle spalle. Da una parte gli “Oi!” di Woody, dichiaratamente di sinistra, con il richiamo al divertimento, alle serate-cazzeggio, all’alcool e alla musica che ospitano, tra le loro fila, il giovane Milky, un nero, sottolineando come la loro ideologia si distacchi dal dibattito politico-razziale, come sarebbe naturale pensare vedendo un generico gruppo di SkinHead. Nel film l’intento violento del gruppo Oi! viene preso poco in considerazione (nonostante sia presente anche tra di loro) e questo credo venga fatto deliberatamente per sottolineare l’altra faccia della medaglia: il gruppo di Skinhead di Combo. Xenofobi ed estremamente conservatori, che lottano contro ogni sorta di immigrazione (nella fattispecie pakistana, sottolineata in 3 precisi punti del film), dove violenza e prepotenza sono all’apice di ogni azione e la strumentalizzazione politica regna sovrana.
Shaun si trova, così, in mezzo a 2 fuochi, ma, con lo svolgersi degli eventi, imparerà ad usare la testa in modo più che ragionevole, a districarsi infine tra le scelte giuste da prendere. Combo avrà un’influenza negativa su di lui, portandolo fin dalla sua giovane età nella frangia xenofoba della cultura Skin, ma il ragazzo inizierà ad aprire gli occhi pian piano e rendersi conto delle sue scelte errate e dell’influenza che Combo ha avuto su di lui e sui suoi amici.
La goccia che farà traboccare il vaso sarà una serata in cui Combo e gli altri si ritrovano in una stanza e, da una fumata d’erba in allegria si arriverà ad un pesante pestaggio di Milky da parte degli Skin.

Insomma, 2 British Independent Film Awards 2006 come miglior film e miglior esordiente (Thomas Turgoose appunto) e premio BAFTA 2008 come miglior film britannico, mica cacchi.
La pellicola prende spunto da un episodio passato della vita del regista, ed il suo intento è andato a segno, un perfetto dipinto di come l’evoluzione culturale di basso rango ha preso piede nell’Inghilterra degli anni 80, di come l’avanzare di ideologie sbagliate e xenofobe faccia breccia come se niente fosse negli animi inglesi, straziati da una politica troppo conservatrice e deludente, da una disoccupazione incombente ed una rinnovata forma di malriposto patriottismo. Fattore molto rilevante del film che ho sottolineato all’inizio, è il fatto che sulla bilancia con altri film che trattano l’argomento Skinhead, tutto sembra rappresentato con naturalezza ed attenzione ai dettagli, ai costumi e alle ambientazioni, a differenza di altre pellicole dove è facile ritrovare i soliti pessimi cliché e luoghi comuni.Se questo film è il capolavoro che è (a mio modestissimo parere, ma non credo io sia l’unico a pensarla così..) è proprio grazie a quel piccolo talento di Thomas Turgoose, primissimo film per lui giovane tredicenne nel 2006, nonostante i suoi lineamenti squadrati e un po’ storti, riesce a trasmettere tanto, anzi tantissimo, con l’intensità dei suoi occhi. Nella semplicità di certe sue frasi, traspare un ragazzo maturo intrappolato nel corpo di un bambino, la morte prematura del padre lo ha fatto maturare di botto rendendolo un vero e proprio ometto che ancora deve imparare le ingiustizie della vita.E ne imparerà molte in questo film… Non dico altro, lascio a voi la visione di questo eccellente This is England e ai posteri l’ardua sentenza, tanto io già l’ho data!

PS : Ah! Il film difficilmente si trova in italiano, quindi seguite il mio consiglio e vedetelo in Inglese coi sottotitoli in italiano, merita davvero tanto ;)
 

domenica 12 settembre 2010

La Matrice di Matrix

Matrix. Tutti hanno visto Matrix!
A non tutti, però, è piaciuto Matrix. A livello di fenomeno sociale è stato sicuramente più importante di Avatar, ma, nonostante questo, ha incassato molto di meno ai botteghini.

Parliamo un secondo di quello che c'è prima del film.
Mettiamoci nei panni dei Wachowski, due fratelli cresciuti insieme nella stessa casa, con gli stessi hobbies e gli stessi amici. Leggere fumetti, guardare cartoni in tv, giocare a D&D. Dei veri nerd d'eccezione! Lavorare in coppia non è mai una passeggiata, ma per due menti come le loro non può che essere una ricchezza. Non vi è contrasto, è come se la stessa persona avesse il doppio della creatività e inventiva. Per chi non lo sapesse, i Wachowski (Larry e Andy) sono la mente dietro a Matrix, ne hanno scritto il soggetto, la sceneggiatura e hanno preso le redini della regia, una volta che il progetto è ufficialmente sbarcato sul set.

Senza entrare nel dettaglio delle sequenze particolari, di cui ci occuperemo in futuro, dal film emergono due elementi fondamentali: il film d'azione ed il film riflessivo. Questa struttura dualistica alternata proviene dal background culturale condiviso dei fratelli ed in particolare dall'animazione giapponese.
Chi, come me, è appassionato di anime avrà sicuramente visto Akira e Ghost in the shell, due tra i maggiori capolavori dell'animazione nipponica. La peculiarità di entrambi questi prodotti, oltre alla loro ambientazione futuristica steampunk (per intenderci, quella “alla Blade Runner”) che li accomuna, sono le tematiche di rilevanza sociale che vengono alternate a sequenze di grande azione, come le corse in motocicletta di Akira ed i combattimenti di arti marziali.
In Matrix vediamo trasportati gli stessi elementi e le stesse tematiche. Le inquadrature ed i movimenti di camera sono propri della tecnica fumettistica cartacea e della più recente animazione e le sequenze dialogate sembrano estrapolate da un saggio di Baudrillard. Tral'altro, non soddisfatti del tutto, dopo la premiere di Matrix in Giappone, i Wachowski hanno collaborato con alcuni tra i più prestigiosi studi di animazione e hanno prodotto Animatrix, un piccolo gioiellino composto da 9 cortometraggi animati di cui parleremo molto presto.

Tutto questo potrebbe sembrare innaturale, da un certo punto di vista. Molti non hanno apprezzato il film poiché hanno pensato “non è ne carne, ne pesce”, le persone che sono entrate in sala per un film filosofico sono rimaste deluse dagli effetti speciali e dai combattimenti, mentre coloro che sono entrati solamente per le esplosioni e le belle pupe non hanno trovato soddisfazione, addormentandosi a metà pellicola. La realtà è che il film non vuole essere definito all'interno di un genere particolare, così come l'animazione giapponese che spesso e volentieri viene fraintesa quando esca dai suo confini d'origine, ma sfrutta quella tecnica tutta contemporanea del citazionismo per attingere da determinati modelli ma creando un prodotto nuovo ed unitario.
Cambiamo argomento per un secondo, parliamo di Tarantino.
Kill Bill. In molti lo hanno visto e, come per Matrix, in molti lo hanno snobbato o non compreso.
“Tarantino è un copione”, l'ho sentito milioni di volte da bocche inesperte di cinema che, seppur non capendo una virgola di grammatica filmica hanno apprezzato la pellicola (perché comunque Kill Bill è un film “attraente”, basta pensare che vi è una donna come protagonista).
Il background dei due autori è differente, se i Wachowski sono cresciuti con i fumetti della marvel ed i robottoni in televisione, Tarantino è rimasto con un piede negli States ed uno nel resto del mondo grazie all'ausilio della televisione. Film di Kung Fu, horror di serie B, spaghetti western, tutto quel genere di controcultura che, grazie a lui, oggi viene apprezzato anche in campo accademico.
La serie di Matrix e la serie di Kill Bill non sono poi troppo differenti dal punto di vista formale. Il citazionismo sia contenutistico che tecnico portano un messaggio nuovo e non si limitano a riprodurre manieristicamente un film degli anni '80 o un vecchio cartoon.

Tornando al nostro Matrix, percepiamo durante tutta la durata della pellicola (parlo ancora del primo film) una ventata di progresso, sempre con un occhio rivolto al passato. Così come l'Angelus Novus di Paul Klee, ripreso da Benjamin nel suo saggio "Sul concetto di storia", vola nel futuro con la speranza messianica di una rivoluzione e di un cambiamento rispetto alle macerie del passato, Neo riassume nella figura dell'Eletto questa attesa messianica e questa vera e propria rivoluzione (marxista) nel mondo del futuro.
La stessa tecnica del bullet-time brevettata nella famosissima sequenza d'apertura e mantenuta viva e agente per il resto della trilogia, segna un passo avanti per la cinematografia mondiale. Non è solamente un miglioramento degli effetti speciali, ma un nuovo modo di concepire il cinema d'azione, così come oggi, a distanza di soli dieci anni, Avatar ha cambiato gli standard ancora una volta.

Per quanto è ricca la trilogia di Matrix, potrei dedicare tutto un blog solamente alla sua analisi ! Ma non credo che sia il caso... per oggi è tutto!

Ps: Il signor Andy Wachowski ora è ... hem... la signorina Lana Wachowski :D

domenica 5 settembre 2010

Bigiox Revolution!


Ho recentemente acquistato dal sito Play.com, una risorsa incomparabile per noi cinefili, uno dei “cofanetti” che ho sempre sognato di possedere: The Matrix Ultimate Collection. Io adoro Matrix, non solo il primo episodio, adoro tutta la trilogia. Addirittura, al momento della sua uscita, ho apprezzato i dialoghi del secondo più di quelli del primo!

Che voglio farci allora, oltre che esibirlo come un trofeo di caccia sul comodino? Dato che questo cofanetto è ricchissimo di materiale, making of e approfondimenti sul panorama culturale che ha generato il fenomeno Matrix, mi piacerebbe lavorare su livelli differenti. Da un lato magari concentrarmi antropologicamente sul contesto in cui Matrix si è sviluppato, ossia entrare nella testa dei visionari fratelli Wachowski per comprendere il movente che li ha spinti a creare un prodotto tanto complesso. Dall’altro lato mi piacerebbe approcciare l’analisi dei film in maniera seria e professionale, tenendo sempre presente che “genere” di film ho di fronte. Per farmi capire, non tratterei mai Matrix Reloaded o un episodio degli Animatrix come tratto i film di Hitchcock su cui devo lavorare per la tesi. Bisogna tenere sempre a mente l’evoluzione del cinema ed il suo carattere fondamentale di temporalità che, spesso, la critica tende a dimenticare, scambiando delle banalità per capolavori ed ignorando le vere perle di innovazione che l’industria ci propone.

E’ un progetto che mi piacerebbe portare a termine perché, come ho detto, il mondo di Matrix è molto complesso e lo è su molti livelli differenti, essendo una forma ibrida perfetta tra l’action movie e la pellicola da cineforum e vale la pena capirci qualcosa.

Approvate o non approvate?
Vi piace Matrix? Solo il primo o anche gli altri?
Fatevi sentire!



sabato 14 agosto 2010

Ostello o bordello?

Dal titolo burlone avrete capito che, per un “compito a casa”, sono stato costretto dalle circostanze a vedere di seguito Hostel e Hostel 2 del prode Eli Roth, il nuovo visionario del gore che lavora ormai da qualche annetto sotto l'ala del padrino Quentin Tarantino.

Ne ho sentite un sacco su questi film e, istintivamente, non sono per niente portato a vedere gli horror contemporanei appena escono al cinema per delle motivazioni che, se ne avrete voglia, saranno chiare una volta che il “compito a casa” sarà concluso (e pubblicato...ma shh). Ricordo il polverone che hanno provocato queste pellicole, ricordo proteste da parte dei vari comitati genitoriali, divieti ai minori e minori che se ne fregavano dei divieti, insomma, le solite storie che in Italia sentiamo quando esce un nuovo prodotto sanguinolento e allettante come questo.
Il genere horror attira il pubblico e questo non è affatto un mistero, specialmente per gli addetti ai lavori. Il mistero è il perché piaccia così tanto. Riflettete. È lo spavento ad attirarci al cinema? Il sobbalzo dalla sedia, oppure il ribrezzo davanti a corpi mutilati? Cos'è che ci piace nel dispiacere?

Hostel ci esemplifica, così come ogni film horror che si rispetti, le dinamiche dello spettatore al cinema che guarda un film dell'orrore. Questo film, come il suo sequel e come molte altre pellicole simili, fa parte di un genere particolare che ha visto la sua nascita ed il suo sviluppo in quest'ultimo decennio: il Torture Porn. Vi chiedete, che c'entra con il porn? Non potevano chiamarlo torture movie? Eh no. C'entra eccome per due motivazioni diverse.

- La prima, contenutistica (ossia che riguarda gli eventi raccontati dal film), è che alle scene di torture esplicite sono spesso affiancante delle scene di sesso. Non potrebbe esserci film più adatto di Hostel per evidenziare questo elemento, infatti la trama è fondamentalmente divisa in due parti. Nella prima degli studenti americani in vacanza si divertono ad Amsterdam tra droghe e sesso, nella seconda, dei facoltosi imprenditori da tutto il mondo si divertono con gli studenti, tra motoseghe e trapani.
- Questo ci porta direttamente alla seconda motivazione del termine torture porn, quella formale, ossia il godimento. Gli studenti se la spassano, i carnefici provano il proibito piacere del sangue e lo spettatore, a sua volta, si sente eccitato nel seguire le vicende erotiche dei protagonisti e allo stesso tempo la loro tragica fine. Si potrebbe esagerare e dire che l'horror non sia altro che una diramazione del porno, specialmente nella sua accezione contemporanea di torture porn. Anche se, con Hostel, si assiste ad una sproporzione, probabilmente voluta da Roth, che nel resto dei film di genere non accade.

Altro esempio. Il vampiro è sempre stato uno dei simboli universali del film dell'orrore, fin dal Dracula di Browning con Bela Lugosi. Questo personaggio dell'immaginario fantastico è caratterizzato dal suo vivere al limite tra la vita e la morte ed ha sempre agito tramite una commistione di seduzione e violenza nei confronti delle sue vittime. Lo sguardo ammaliante, il bacio sul collo ed il morso sono elementi che si trovano in bilico tra il sesso e la morte, l'eros ed il thanatos. Freud troverebbe pane per i suoi denti nel leggere il romanzo dell'irlandese Bram Stoker sul conte più famoso della Transilvania.
Nella rappresentazione filmica del vampiro (ricordo anche Nosferatu di Murnau, dove tutto è molto più sottile e la messa in scena è deliziosamente espressionista) la venatura “porn” del film horror rimane nascosta, per non tradire la sua origine, e non viene mai resa esplicita come nel caso del più recente Twilight o del serial televisivo True Blood.
Oh, Bigio ce l'ha con Twilight! Non ce l'ho con Twilight, anzi, credo che nell'operazione di “riesumare” il vampiro abbiano fatto centro. Il cinema (e la letteratura in questo caso) si evolve, i tempi cambiano e di film sui vampiri in stile Anne Rice ve ne sono a bizzeffe. Quelli della saga della Meyer rappresentano quanto sia vuoto e superficiale il mondo degli adolescenti di questo periodo, la lotta tra due creature mitologiche quali i vampiri ed i lupi mannari, carichi di simbolismo e misticismo del passato, si risolve nella questione amorosa tra Bella ed i due simpatici amanti forniti di addominali scolpiti (e brillanti) e ciuffi emo.

Come direbbe Eddie Vedder: It's evolution, baby! Ed il nostro Occhio Scavatore deve rimanere al passo con i tempi.

PS: Se volete farvi due risate, date un'occhiata al trailer qua sotto. Riassume il mio discorso in pochi minuti e lo rappresenta in una maniera dannatamente più efficace :D Lesbian Vampire Killers. Enjoy!





domenica 18 luglio 2010

Zombie, sopravvivenza e comportamento umano


Il mito dello "Zombie" occidentale non ha più nessuna attinenza con quello del folklore Haitiano, dove per Zombie ci si riferiva a chi veniva manipolato da particolari sacerdoti che facevano cadere in stato catatonico le persone, controllandone l'anima grazie ad un rito Vudù (Wikipedia Docet); col passare degli anni infatti il mito è stato occidentalizzato ed inglobato nella nostra cultura grazie alla cinematografia in primis, ma anche a libri e videogiochi che trattavano l'argomento. Se si pensa allo Zombie si pensa al morto vivente, quello che in una notte "buia e tempestosa" esce fuori dalla sua tomba in un tetro cimitero, che cammina sbilenco con un colorito bianchiccio, brandelli di vestiti e carne penzolanti, che fa strani e a volte stupidi versi e, ovviamente, affamato insaziabilmente di carne umana. Lo stereotipo dello Zombie viene descritto nei film di George Romero, rendendo celebre quest'icona dell'horror in “La Notte dei Morti Viventi” del '68 e, 10 anni dopo, nel '78, col forse più famoso “Zombi” (Dawn of the Dead). Nonostante i suoi non furono i primi film che trattarono l'argomento, oserei dire che è proprio grazie a lui che questo fenomeno cinematografico ha preso piede, Italia compresa con i capolavori (e non) di Lucio Fulci. Dal classico Zombie poi se ne sono derivate delle varianti negli ultimi anni (a volte di infima qualità), quali ad esempio “The Mad” del 2007 dove chiunque mangiava un particolare Hamburger si trasformava in Zombie cannibale, oppure in “28 Giorni Dopo” (2002) ed il suo sequel “28 Settimane Dopo” (2007) dove i lentissimi Zombie sono rimpiazzati da malati di Rabbia che corrono come dannati e squartano come mietitrebbie.. Insomma, le trame di fondo sono le più disparate, molte volte si cerca una causa "originale" per giustificare il morbo-Zombie, ma gira che ti rigira si finisce sempre nel solito film dove un gruppo di superstiti cerca di sopravvivere mentre vengono serviti i soliti piatti a base di sangue e carneficina. Pochi sono i film che invece trattano l'argomento in modo VERAMENTE originale, cercando di mettere al di sopra del concetto sopra citato una trama ben costruita e congegnata.

Ho sempre pensato che negli Zombie-Movie ci fosse qualcosa che ci rispecchia nel profondo, mi riferisco ai sopravvissuti, ai personaggi dei film ancora sani ed alle loro meccaniche di sopravvivenza, dalle più prudenti e ponderate a quelle più violente ed istintive, riescono sempre ad attrarci ed affascinarci, perché sono sicuro che a chiunque è capitato almeno una volta di provare ad immedesimarsi ad un sopravvissuto di uno di quei film. Credo sia il fatto stesso di esser costretti a vivere in una società che non è più tale, di vedere come le convenzioni morali e sociali crollino sotto gli smembramenti di un orda di morti viventi (LoL ho fatto la rima), non ci sono più regole, si è costretti a sopravvivere scappando, nascondendosi, e se necessario combattendo ed uccidendo chi è già morto. Avresti mai pensato tu, Mario Rossi, di dover staccare la gamba di un tavolino per spaccare qualche cranio mentre cerchi di farti largo fuggendo? E Mario, dimmi, avresti mai pensato di vedere la città in cui sei cresciuto deserta, senza più macchine, con gente barcollante che cammina guardando nel vuoto tra uno schizzetto di sangue qua e là? No Mario, non credo.
Si lo so lo so, sto facendo di tutti gli zombie-movie uno stereotipo generale, soprattutto dei B-movie queste caratteristiche “classiche” si ritrovano sempre, ma è necessario per arrivare al punto chiave della questione: vi siete mai chiesti DAVVERO come vi comportereste se foste COSTRETTI ad affrontare tutto questo?
Perché molto spesso capita pensare “Ma guarda quello che bastardo, poteva aiutarla!” oppure “Ma perché è andato lì?! Idiota ora ci finisce secco!” o ancora “Io non riuscirei a sparargli..” e così via; io credo che nessuno di noi può giudicare davvero le azioni e le decisioni di questi personaggi, perché si trovano davvero in una situazione del tutto particolare, certamente impossibile nella realtà, ma comunque assurda, impensabile, che travolge inaspettatamente senza dare il tempo di rendersi conto.E appunto per questo mi chiedo, sono tanto fuori dal mondo certi comportamenti? L’umanità e la compassione rimarrebbero immutati negli animi delle persone? La sopravvivenza porterebbe una tranquilla casalinga a sparare in fronte ad uno Zombie? Si acquisterebbe la freddezza e la lucidità per fare ciò che è necessario per sopravvivere?
Io ho notato che, a parte il classico gruppo di sopravvissuti che va girovagando in cerca di un rifugio o un classico supermercato, possiamo distinguere 2 tipi di sbalzi comportamentali: lo Squilibrato e l’Illuso.
Mi spiego meglio: Lo Squilibrato è colui che rendendosi conto della situazione che ormai si è creata, la sfrutta, coglie la palla al balzo per liberarsi una volta per tutte delle convenzioni morali a cui si è sottoposti normalmente, e a mio modesto parere lo Squilibrato è colui che cercherà il Divertimento in una situazione del genere. Certo, la priorità è sopravvivere, ma come dimenticare il gruppo di motociclisti che razzia e uccide divertendosi in "Zombi"? Oppure i cecchini in "Day of the Dead" che si divertono a sparare a determinati morti viventi semplicemente per “ammazzare” il tempo? Alla fine lo Squilibrato può far suo un mondo che prima non lo era, può liberare ogni suo desiderio e, perché no, frustrazione repressa: le case son da razziare perché ormai desolate, le strade sono libere e quindi percorribili nel modo che si vuole, i negozi sono di libero accesso, idem per le armi, e si ha la possibilità di UCCIDERE, istinto che dell’uomo ha sempre fatto parte ma che, per fortuna, raramente viene fuori in questa società. Ma la società non è più la stessa, il mondo è cambiato e ormai ognuno è guidato dal suo libero arbitrio.
L’Illuso invece è quel personaggio che nonostante l’essersi reso conto che la piaga e gli zombie dilagano, cerca di mantenere una calma anormale, s’illude che la situazione è sotto controllo, magari barricandosi in casa, e cercando di vivere nel modo più normale possibile, nell’illusione che la minaccia “Esterna” non potrà mai intaccare le solide assi inchiodate sulla porta.Attenzione perché l’illuso purtroppo è portato a vivere così, molto spesso dal tempo che passa e dall’impossibilità di cambiare le cose, si ricordi in "28 Settimane Dopo", ad inizio film, il gruppo di rifugiati nella casa che ormai cercavano di sopravvivere nel modo più “Normale” possibile, oppure in "28 Giorni Dopo" ancor meglio, il Padre e la Figlia che vivevano barricati all’ultimo piano del palazzo.Il problema è che difficilmente la figura dell’Illuso sopravvive, se non c’è qualcosa che intacchi l’alone di “Normalità” che si è creato intorno a se stesso, infatti riferendomi ai 2 film appena citati, nel primo finirà male dato l’improvviso assalto di Zombie-Rabbiosi, e nel secondo invece riusciranno a scamparla, grazie al fatto che i protagonisti riescono a mettersi in contatto con padre e figlia, i quali tappati nella loro casa erano costretti a vivere quasi nella norma, in attesa di qualcuno o qualcosa che gli facesse cambiare quel malsano status quo.
Quindi ormai in un mondo così diverso è difficile trovare anche qualcosa di Normale o Giusto nei comportamenti che acquistano i sopravvissuti.. E’ vero che questi cercano di trovare una soluzione momentanea per trarre in salvo la loro vita, ma è anche vero che durante questa ricerca e questo percorso sono costretti a fare cose indicibili se considerati nella loro vita precedente, dove il mondo non conosceva la piaga degli Zombie. Quindi, per concludere, quali sono alla fine gli istinti reali? Quali i comportamenti giusti da attuare? Non basta aiutarsi e aiutare chi ne ha bisogno. Gli Zombie sono bastardi, ti costringono in situazioni in cui è necessario prendere decisioni “sbagliate” ma FORSE giuste in quel momento, ti costringono a uccidere, è inevitabile.
Sinceramente non mi meraviglierei a vedere che un nostro amico che normalmente è mite e riservato possa diventare un maniaco assassino, o al contrario che un amico a cui non daresti tanto credito potrebbe alla fine salvarti la vita in situazioni pericolose. La risposta possiamo averla solo vivendo una situazione del genere, ma ovviamente è impossibile, quindi chissà.. Rimarremo col dubbio di come potremmo “trasformarci” in un mondo invaso da morti che camminano, magari in uno di loro.. Chissà..

Il Trailer postato qui sotto è di uno dei film che, a mio modesto parere, tratta nel modo più divertente il tema degli Zombie, dissacrandoli completamente, e no, non è "L'Alba dei Morti Dementi" ma "Fido" dove dopo anni di guerre contro i non morti, uno scienziato inventa un collare che trasforma gli Zombie in pacifiche creature adatte ai lavori più comuni di casa, rendendoli praticamente delle Colf. Da vedere :)



venerdì 16 luglio 2010

Ancora alieni e ancora alienazioni


Lo avevo promesso, non ho avuto troppo tempo per farlo prima ma, per una fortunata coincidenza, ho acquistato il Dvd di questo film a pochi spicci ad un mercatino e mi sono convinto a parlarne in modo adeguato.

É cosa risaputa che gli Oscar ti fanno “rosicare”. A meno che tu non sia un fanatico del mainstream (e spesso neanche quello ti salva) oppure un pecorella cinematografica, il tuo film favorito non vincerà mai la statuetta dorata. Nel mio caso, ancora più radicale da alcuni punti di vista, ho sempre visto perdere miserabilmente le pellicole che più avevo apprezzato nel corso dell'annata cinematografica. Spesso alcuni film non ci sono neanche mai arrivati agli Oscar. Ma va bene.
Quest’anno il panorama degli Accademy Awards ci prospettava una sfida molto interessante, forse troppi film meritevoli in concorso, per motivazioni disparate.

Il colosso della tecnologia con gli alieni blu, il film della regista donna impegnata politicamente, la ribalta delle minoranze aliene in Sudafrica, il “capolavoro” di Tarantino, una scabrosa passeggiata nei bassifondi della cultura afro-americana negli USA, ribalta di attori sfigati ed il blockbuster lacrimone della Pixar. Non si direbbe, ma sono tutti film che ho molto apprezzato!
Io però punto sempre sul cavallo zoppo, è una delle mie caratteristiche, e quest'anno è toccato al caro e bistrattato: District 9.


 Avevo pensato di parlare di questo film, confrontandolo con la sua “nemesi” Avatar, ma sarebbe troppo riduttivo, per cui dedicherò solo poche righe a questo argomento.
La prima impressione che ho avuto di District 9 è stata “Wow, se Cronenberg avesse letto la sceneggiatura di Avatar, ne avrebbe tratto queste conclusioni!”. I due film hanno molto in comune, ma sviluppano le stesse tematiche in maniera molto differente.
Il discorso di Cameron rimane collocato all'interno dell'estetica della perfezione mentre questa produzione indipendente scende in profondità e non si lascia accecare dalla possibilità di un lieto fine hollywoodiano. Mi spiego meglio.

Entrambi i protagonisti del film si muovono (uno liberamente, l'altro coattivamente) tra l'umano ed il sovrumano. Il soldato che sfrutta le nuove tecnologie per perfezionarsi tramite il suo gigantesco avatar alieno si trova nella stessa posizione del povero impiegato che muta, ora dopo ora, dalla sua condizione di umano a quella di “fuckin' prawn”. Entrambi acquistano una diversa consapevolezza della propria condizione, si trovano a rivalutare le istituzioni che hanno supportato fino a poco tempo prima, le stesse che li hanno traditi e tentano di sopraffare la popolazione aliena. Razzismo, in pratica.
Il protagonista di Avatar vuole cambiare corpo, o meglio, vuole perfezionare il proprio corpo difettoso. In D9, invece, il protagonista viene derubato della sua condizione di soddisfazione (lavorativa, familiare e psicologica) per fare fronte ad un cambiamento sociale che coinvolge. L'integrazione razziale diviene integrazione corporea, fisica e patologica dell'individuo e diviene parte della razza aliena.

Perché ho pensato a David Cronenberg? Lui è il regista del “corpo” per eccellenza e District 9 è un film molto “fisico”. Come in “La Mosca”, il protagonista subisce una metamorfosi che viene rappresentata in maniera eccellente dall'apparato di effetti speciali della pellicola.
Questa metamorfosi, però, nel caso di D9 non è solamente fisica ma, come abbiamo accennato, sociologica. Wikus (Sharlto Copley), proprio perché rappresenta la diplomazia terrestre è costretto a “mettersi nei panni” degli alieni e quindi si immedesima nei problemi della loro razza. Ancora una volta, queste sono tematiche che vediamo trattate in Avatar (la stessa sequenza finale di lotta tra Wikus ed il cattivone di turno è molto simile all'epilogo di Avatar, data la presenza dei mecha robotici in entrambi gli scontri) ma il film di Cameron è meno attento alle dinamiche sociali e più intento alla creazione di una realtà parallela e fantastica dove lo spettatore possa vivere e dimenticare i propri problemi (non risolverli).


Ora, scaviamo un pochino nel territorio di District9 traendo qualche conclusione dai suoi elementi costitutivi.
Il film è innegabilmente un particolare sci-fi movie. Nonostante non si mantenga sulle tematiche dell'invasione aliena, proprie del genere, che sia pacifica o bellicosa. Infatti, gli alieni di D9 sembrano più dei naufraghi. La sequenza iniziale dove la spedizione terrestre esplora l'interno della mothership che si staglia sopra Johannesburg ci ricorda un ipotetico servizio del telegiornale con titolo “un nuovo sbarco di profughi a Lampedusa”. Non abbiamo l'immagine canonica degli alieni sviluppati tecnologicamente che scendono trionfanti dalla nave proclamando “veniamo in pace”, non sono Visitors. Non hanno neanche l'aspetto grottesco dei cervelloni di Mars Attack, però! Per essere degli alieni, sono molto umani.
Nessuno ci spiega il motivo della loro venuta, sappiamo solamente che è necessario convivere con questa popolazione estranea alla nostra cultura e ai nostri costumi. La situazione ci è molto familiare, basti pensare al problema dell'immigrazione che ha occupato le prime pagine dei quotidiani mondiali da un secolo a questa parte. Per farla breve, i profughi intergalattici sono qui per restare e noi dobbiamo abituarci a questa situazione.

Questo mi porta a sviluppare una considerazione sulla forma.
Il film District9 non è altro che la fenomenologia di un tentativo di risoluzione di una problematica sociale, ossia quella dell'immigrazione. Il fatto che sia ambientato in Sudafrica non ci deve fare pensare ai Mondiali 2010 ma ad un problema, forse più oscurato che sottolineato da questo evento, come l'Apartheid. La pellicola ricalca una situazione storica del passato, la segregazione dei neri in Sudafrica, riproponendo il tutto grazie alla magia del cinema, seguendo la grandiosa intuizione di Tarantino nel suo ultimo film “Inglorious Basterds”. Ci è possibile cambiare la storia, anche solamente con il potere dell'immaginazione, e dare un esito differente ad un evento drammatico che ci ha colpiti nel profondo.
Il Sudafrica ha una “seconda chance” per rimediare agli errori del passato, invece incappa nella stessa identica problematica senza trovarne una soluzione.
La questione del “Distretto 9” come ghetto per rinchiudere le forme aliene non è la soluzione, questa forma di segregazione, come ci mostra il film, non è altro che un ricettacolo di violenza, criminalità e odio. La vera soluzione a questo problema è quella che, indirettamente, fornisce Wikus.

Il filosofo Leibniz ed, in seguito, Kant, ci parlano di una sensibilità che gli uomini hanno in comune. Il primo discute di questa facoltà espressamente per risolvere problematiche, il secondo affronta il tema nella Critica della facoltà di Giudizio per giustificare la comunicabilità dello stato d'animo di ogni persona. Entrami sono d'accordo su un passaggio: è necessario mettersi al posto dell'altro, sentire ciò che sente l'altro e partecipare del dolore altrui per comprenderlo nel migliore dei modi.
Wikus diventa alieno, si aliena (come direbbe Feuerbach) da se, muta il proprio corpo radicalmente, tanto che, nel finale della sua vicenda personale, preferisce mettere al primo posto la salvezza di quello che è ormai divenuto il suo popolo, piuttosto che curarsi da questa condizione che lo affligge.
Nella fenomenologia dell'immigrazione, Wikus ha saputo comprendere al meglio la situazione, cosa che prima della metamorfosi non era riuscito a fare, ed ha agito concretamente per risolverla. Wikus è il simbolo dell'integrazione razziale e District 9 ne racconta la storia.
Niente amore, niente alieni blu e niente lieto fine. Specialmente per Wikus.




martedì 15 giugno 2010

Funny Sandler



Mi piace vedere film comici, forse l'ho anche già detto un paio di volte.
Non solo mi piace ridere, ma se la risata è accompagnata da una riflessione la cosa diventa veramente interessante.

Spulciando tra la filmografia recente di alcuni tra i più importanti attori comici di questo periodo è saltato fuori un film del 2009: Funny People. Molti dei miei amici lo avevano visto, io avevo anche tentato di farlo ma dopo un pochino mi ero stufato. Forse non era il momento adatto.
Fatto sta che ho ripreso in mano il dvd e mi sono concentrato su queste 2 ore di comicità americana, cosa ho scoperto? Non solo una commedia, ma un film che parla della comicità.

Ok, in breve, come sempre, rendiamo questa parte di “trama” una cosa veloce ed indolore così chiunque voglia vedere il film lo potrà tranquillamente fare senza dover pensare “Mh, il Bigio mi ha spoilerato tutto, che me lo vedo a fare?

Il protagonista, Adam Sandler, “The Sandman”, che interpreta un suo alter ego attore comico dal passato glorioso e dal futuro incerto, tale George Simmons. Questa mancanza di creatività viene accompagnata da un malessere che si rivela essere più grave del previsto, una malattia al sangue che potrebbe portarlo ad una morte certa entro poco tempo. George si ritrova costretto a mettere in discussione la sua intera esistenza e rivalutare ogni piccolo aspetto della sua carriera/vita privata con l'aiuto di Ira, giovane comico esordiente.
Sembra anche troppo semplice, una cosa banale, magari, vi chiederete voi, alla fine del film lui guarisce e trova una bella fidanzata per vivere felice e contento. Sarebbe banale se la trama si fermasse dove ve l'ho raccontata, in realtà questa serie di eventi si concludono entro la prima metà della pellicola. A mio avviso, però, la seconda metà risulta così pesante (proprio perché sembra una cosa “in più”) da risultare noiosa, nonostante sia la conclusione di una trama con degli sviluppi interessanti.



Non parliamo più di eventi, adesso, iniziamo a scavare.
Che ruolo ha la comicità in questo film? Sandler nel finale dice “Comedy, usually, is for funny people”. Ma è sempre così?
Da quanto si evince dalla storia, George, proprio come Ira, era una persona divertente. La sequenza introduttiva del film è un collage di una serie di homemade video del giovane Adam Sandler durante i suoi esordi su Mtv o SNL. Questo dimostra che, telecamera o meno, lui era un ragazzo talentuoso che non mancava un'occasione per fare battute o scherzi, inventare personaggi e situazioni assurde, per ridere e far ridere. Questo è essere divertente e divertirsi. La comicità è un'altra storia. George diventa un comico quando si vende all'industria della risata e diventa la star di alcune pellicole imbarazzanti dal punto di vista qualitativo. Quasi come i nostri cinepanettoni.
La differenza tra la “comedy” e le “funny people” ce l'abbiamo di fronte dall'inizio del film, poiché, proprio per la sua mancanza di entusiasmo, George si serve del talento giovane e creativo di Ira per rinascere. Si nutre del suo stupore per ogni nuova situazione e per la voglia continua di mettersi in gioco anche per ricevere uno spazio di due minuti su un grosso palcoscenico.
Un secondo elemento che ci permette di dividere questi due aspetti della comicità è la testimonianza del personaggio interpretato da Eric Bana, il quale aveva dei grossi pregiudizi su George, reputandolo un'idiota, deducendo il suo carattere dai film ai quali ha prestato il volto. Una volta conosciuto meglio e trascorso un'intera serata con lui dovrà ricredersi, lui è in effetti una “persona simpatica” e continua ad esserlo nonostante la sua carriera.

Il comico di professione perde l'aura della comicità, come direbbe Walter Benjamin, e si abbandona alla riproduzione tecnica della risata. Un processo meccanico, privo di qualunque originalità e valore storico.

Questo dualismo ci appare molto chiaro anche grazie alla presenza della malattia che affligge il protagonista. Nel momento in cui George guarisce da questa (sempre dicendo che potrebbe tornare da un momento all'altro) capiamo bene che qualcosa è cambiato anche nel suo modo di vedere le cose. Il George malato è il commediante privo di comicità, quello sano è la “persona simpatica” che di mestiere si diverte a far ridere la gente. Possiamo dire che riesce a guarire proprio grazie alle “cure” di Ira, talmente affezionato a lui che lo accompagna fino al momento di andare a dormire e continua a stargli vicino anche mentre dorme.
La comicità (e l'amicizia in questo caso) è la migliore medicina, questo film ce lo dimostra in più occasioni. Concludo citando la divertente sequenza (che non riesco a trovare su Youtube!) dove George e Ira prendono in giro il medico dall'accento svedese, trasformando una drammatica visita ospedaliera ad un malato quasi terminale in una comica che si conclude, appunto, con l'affermazione del medico verso Geroge : “You're a funny man”.