lunedì 31 gennaio 2011

Giappone nichilista

Il primo argomento del 2011 è qualcosa che mi ronza in testa da molto tempo e che non vedevo l'ora di poter condividere su questo blog. Una riflessione scaturita dall'approccio professionale con il cinema del Giappone, spesso incompreso o male interpretato.

Ultimamente ho partecipato alle proiezioni della retrospettiva Nihon Eiga al Cineclub Detour, queste serate si proponevano l'intento di espandere l'orizzonte visivo dello spettatore cinefilo amante del Giappone. Mettere tanta carne al fuoco e assaggiare un pochino di tutto, così come da tradizione della cucina orientale, perché il Giappone non è solo l'animazione di Miyazaki o l'horror di Ringu (per dirne uno).

Per questo piccolo articolo vorrei proporre un confronto, sempre sul fronte giapponese, di due film che si differenziano per stile e per contenuto ma che riflettono entrambi sulle sorti del Giappone contemporaneo.
La prima pellicola è l'esordio alla macchina da presa del celebre regista/attore Takeshi Kitano: il film è Violent Cop del 1989. La seconda pellicola è più recente e, forse, meno conosciuta: Kamikaze Girls di Tetsuya Nakashima del 2005.

Entrambe le pellicole concordano su una visione sociale del Giappone contemporaneo di stampo nichilista. Una realtà, specialmente quella fuori dai grandi centri abitati, che comportano un altro tipo di nevrosi e alienazioni, segnata dalla forte presenza di criminalità e malessere.
Kitano ci mostra un poliziotto che, accantonando l'etica e ogni forma di inutile buonismo, guarda in faccia l'odio ed il fondo nero dell'esistenza, per abbracciare in pieno il nichilismo e agire di conseguenza, annullando il male alla radice. Il poliziotto violento con il volto di Kitano è l'esempio dell'uomo attivo di stampo nietzschiano/deleuziano, che trascende ogni forma di morale e agisce unicamente secondo la propria volontà (di potenza).
Non è per niente facile compiere una scelta di questo tipo. Si travalica ogni confine di umanità, di pietà e si vive perennemente al limite tra la bestia e il dio. Infatti, il protagonista del film è tormentato da sensi di colpa a differenza degli eroi senza macchia e senza paura delle pellicole americane.
La sequenza conclusiva di Violent Cop è l'emblema, non solo del cinema di Kitano, quanto di una vera e propria weltanschauung di stampo superomistico, dove l'eroe è pronto a sacrificare qualunque cosa, anche i suoi affetti e la sua stessa vita, per sradicare il male dal mondo e ricominciare daccapo.
Un altro personaggio di questo stampo è V, protagonista del film V for Vendetta, di cui abbiamo parlato esplicitamente qualche tempo addietro (per leggere l'articolo, clicca quì!).

Cosa avviene di simile in Kamikaze Girls? E cosa di meno simile?
Chi ha visto il film mi starà prendendo per pazzo perché, oltre gli occhi a mandorla dei personaggi, non sembra esserci niente che leghi queste due pellicole. Anche a livello di autorialità del film, uno è di Takeshi Kitano, un maestro della cinematografia, e l'altro è di un regista sconosciuto e rivolto ad un target di adolescenti.
Lasciatemi spezzare una lancia in favore di questo film che, dal punto di vista registico, ho trovato veramente ottimo. Alcune sequenze sono molto originali come messa in scena ed il lavoro di montaggio è altrettanto buono. Purtroppo i dialoghi sono completamente idioti. Peccato.
La protagonista, Momoko, vive nello stesso Giappone in cui vive Kitano ed è immersa nella stessa realtà. La sua reazione, però, a differenza di quella del nostro eroe dal grilletto facile, non è per nulla attiva ma estremamente reattiva. Guardando il fondo del baratro ed il volto unto e schifoso della vita, la risposta di Momoko è la creazione di un mondo fittizio pieno di dolcezza, fronzoli e canzoncine.
La nostalgia di cui ci parla Nietzsche, ossia il maniera sbagliata di guardare al passato, viene ripresa da Momoko nella sua opera di rivisitazione del periodo Rococò tramite la riattualizzazione dello stile Lolita.

L'intera realtà di Momoko non è nient'altro che una maschera apollinea, come scriverebbe il Nietzsche de La nascita della tragedia che si finge reale per distogliere l'attenzione dalla "vera realtà", quella che preferiamo non vedere perché ci spaventa e ci disgusta.
Ora, la mia riflessione è, come al solito, legata ad una serie di temi che ritornano. Uno che mi sta molto a cuore è l'eticità del cinema che, come ogni forma d'arte riconosciuta, deve portare il fardello dell'effetto che avrà su coloro che ne fruiscono. Una certa responsabilità se vogliamo.
Film come Avatar, Matrix, Inception, suggeriscono tutti il tema della realtà parallela e della possibilità di scegliere tra l'effettivamente vero ed il vero rappresentato. Film del genere hanno sulle spalle un grande peso perché l'esito di queste pellicole avrà una ripercussione sullo spettatore giovane che si pone gli stessi interrogativi.

Kitano, seppur in maniera barbara, consiglia di prendere il toro per le corna (o la vita per le palle).
Nakashima, invece, consiglia ai giovani di rincoglionirsi in un mondo fittizio sperando che, un giorno, magicamente, i problemi della vita scompaiano e tutto si trasformi in una zuccherosa torta da mangiare in compagnia degli amichetti.

Sempre per sottolineare il valore (e la sua responsabilità etica) che il cinema  ha nel rapporto tra realtà e immaginazione, vi propongo questo divertente filmato, che molti di voi avranno già visto postato su Facebook, che ha stimolato intellettualmente il sottoscritto per la stesura di queste riflessioni. Enjoy!





venerdì 21 gennaio 2011

Are you talking to me?

Durante il suo discorso di accettazione del premio alla carriera ai Golden Globes Awards, Robert De Niro ha pronunciato queste parole, riflettendo a proposito del destino di un film dopo la sua produzione:

"It's up to the audience to decide if it's entertaining, the critics to decide if it's good".
"Sta al pubblico decidere se il film intrattiene, alla critica decidere se è buono".


Credo che il vecchio Bob abbia centrato il punto e, dopo anni e anni di carriera, abbia ormai una visione chiara su quello che l'industria cinematografica sia stata e sarà nel futuro.



giovedì 20 gennaio 2011

La donna che non è morta abbastanza

Introduco il discorso Hitchcock, ossia la zona operativa della mia tesi, con una piccola esperienza personale. Una sorta di epifania, non la sola, fortunatamente, che ha legato profondamente il mio vissuto con le immagini di una splendida pellicola: Vertigo o La donna che visse due volte.

Questo è il primo dei post “personali” di questa nuova direzione editoriale de L'Occhio Scavatore,  potrebbe essere utile a dissociarmi dall'immagine del critico senza cuore che si diverte a smontare il lavoro degli altri (quando se lo merita) o si lamenta dell'immaturità dello spettatore cinematografico attuale (mi diverte che la gente esulti per il successo al botteghino di Checco Zalone rispetto al cine-panettone, mi diverte assai).

Chi mi conosce sa bene che il mio sport preferito, oltre l'ozio da divano ed il giudizio a livello agonistico, è lamentarmi della mia situazione sentimentale. Oggi, di questa antica e nobile occupazione, rimane solamente un ricordo sbiadito. Eppure c'è stato un tempo in cui riflettevo giorno e notte su questa problematica, senza mai riuscire a distogliere il mio pensiero o prendere sonno. Era un chiodo fisso, volevo trovare l'origine della mia insoddisfazione e, magari, una possibile soluzione a questo problema.
Un giorno ebbi la rivelazione. Citando dalle pagine di un quadernino da appunti:

“Riesco ad amare solo se controluce”

Alle prime non ho preso troppo sul serio questa immagine perché, forse, non era stata messa a fuoco del tutto. Con il tempo, però, conoscendo altre persone e vivendo la vita di tutti i giorni, mi sono sempre di più convinto di questa mia particolare tendenza.
Concentrandomi per tanti mesi sulle pellicole del maestro della suspence ed in particolare, vedendo e rivedendo il film Vertigo sotto “consiglio” di Slavoj Žižek, ho finalmente capito quale fosse il mio problema. L'ho riconosciuto alla perfezione in una delle molteplici inquadrature soggettive che caratterizzano questo, come tanti altri, film di Hitchcock. In particolare questi due fotogrammi:




Io, così come il protagonista del film Scottie, tendo a riempire l'oggetto del mio desiderio di una serie di aspettative, sogni, speranze ed illusioni che non fanno parte della costituzione di quella persona. Sono una mia proiezione, un mio fantasma. Scottie non amerà mai Judy se non travestendola da Madeleine, la donna amata e perduta alla quale lei sembra assomigliare così tanto.
L'amore, come il resto delle passioni umane, è un gioco pericoloso senza dubbio. Una mossa sbagliata potrebbe influire su tutto l'andamento della partita.

Il cinema, specialmente questo cinema, può essere il nostro psicologo personale, a disposizione 24/7. Un buon film, così come un buon amico, riesce a consigliarti sul da farsi e aiutarti a comprendere bene l'esistenza.

Non bisogna aver paura di guardare e lasciarsi guardare.

lunedì 17 gennaio 2011

Il collezionista di sguardi

Come vi ho annunciato settimana scorsa, il mio intento è quello di proporre un mega-giga riassuntone della mia tesi di laurea triennale (disponibile da scaricare QUI) e di spiegare che ruolo importante ha avuto il blog de "L'Occhio Scavatore" in questa mia impresa.

La premessa principale è che bisogna porre una grande attenzione al rapporto dello spettatore con lo spettacolo e, a sua volta, con ciò che collega questi due elementi, ossia: lo sguardo.
Volendo essere molto poco accademici e quasi provocatori, io voglio affermare che non ci sono film "belli" e film "brutti". Il giudizio che può essere formulato su una pellicola ha una grandissima componente di soggettività ( coinvolge, quindi, la sfera del nostro vissuto) e, se non per trastullarci durante una serata in compagnia di amici, non è consigliabile formulare un giudizio dalle pretese apodittiche su un'opera d'arte, che sia cinematografica o di altro genere.

Il film non deve essere guardato per essere giudicato nella sua forma estetica (mi piace/non mi piace) con pretese di universalità, lo spettatore deve far lavorare in coppia entrambi gli occhi di cui è fornito per avere una visione completa dell'oggetto di questo sguardo.
L'occhio spettatore giudica l'ambito dell'estetica, della soggettività e mi permette, oltre al giudizio, di sentire il film ad un livello più intenso, emotivamente. Questa è una componente fondamentale nel cinema, specialmente quello contemporaneo, che richiede un forte godimento dallo spettatore e cerca di fornirglielo in tutti i modi. Attraverso l'occhio spettatore (o occhio comune) noi siamo in grado di trascorrere una serata piacevole con una commedia, o una altrettanto piacevole con un film horror, per godere in modo diverso del contenuto (sempre diverso) del nostro sguardo.
L'occhio scavatore, invece, è una componente razionale che non ha facoltà di giudizio. Non si occupa del piacere di un film, ma ne estrapola le componenti fondamentali e le affronta in maniera che esulano il godimento. Questo è l'occhio del filosofo al cinema, colui che riesce ad accantonare il proprio piacere personale e giudicare positivamente anche un "brutto film" se questo ha una grande forza storica.

L'operazione iniziata con questo blog è stata, per la mia esperienza, fondamentale. Senza le numerose analisi affrontate su questo spazio web non avrei potuto farmi le ossa per intraprendere un cammino così intricato e, soprattutto, non avrei potuto convincere me stesso della validità di questa teoria. Ogni film ha qualcosa da dire, se non a livello di storia del cinema, forse a livello sociologico. Se non a livello sociologico, forse a livello psicologico, e così via. Da ogni film è possibile estrapolare qualcosa per costruire il proprio edificio culturale e scoprire nuove cose sul mondo e su chi lo abita. Se ci fermassimo alle categorie estetiche e al godimento, tutto questo perderebbe di senso e la visione filmica sarebbe finalizzata alla propria masturbazione totale e personale (così come, secondo me, finirà la storia del cinema commerciale).
Il godimento è, senza dubbio, una cosa positiva. Anzi, è l'apice massimo della positività, sia dal punto di vista fisico che psicologico, ed è probabilmente la traduzione moderna del termine "felicità".
Ma il godimento non basta. Al filosofo non basta essere felice perché anche nell'infelicità c'è molto da scoprire e molto da indagare, forse molto più di quanto si creda.

Giudicare un film è una parte del lavoro, chi giudica senza senza scavare sarà sempre orbo di un occhio.

martedì 11 gennaio 2011

Anno nuovo, sguardo nuovo!

L’Occhio Scavatore è rimasto chiuso negli ultimi mesi, si è fatto un bel sonnellino.

Devo ammettere che tra gli impegni degli ultimi tempi ed una piccola dose di demoralizzazione (che non guasta mai) non ho avuto molta voglia di continuare con il blog. Difatti questo “esperimento” è nato fondamentalmente per testare le mie capacità di scrittore (e non recensore, attenzione) riguardo al mondo del cinema. Una sorta di preparazione mentale alla redazione della tesi di laurea e la creazione di un portfolio per la prospettiva di qualche collaborazione esterna nel futuro.
Queste collaborazioni sono arrivate e da qualche tempo scrivo su questi siti online, di cui consiglio vivamente la visione:

IperCritica
Persinsala
The Ed Wooder.it


Durante questo periodo di sonnecchiamento dell’Occhio Scavatore mi sono arrivate mail da ShinyStat, il contatore visite, il quale segnala che qualche viandante continua a passare dalle tristi e desolate pagine del mio blog. La cosa, da un certo punto di vista, mi rincuora. Non ho voluto indagare su chi fossero costoro, ma qualche idea ce l’ho.

Il progetto per l’anno nuovo è di dar nuova linfa vitale a questo spazio online, continuare a scrivere di cinema ma aggiungendo qualcosa di diverso che potrebbe essere più consono all’ambiente del blog come forma di comunicazione personale.
Dal punto di vista “editoriale” stavo pensando a dei post più corti, più frequenti e più facili da fruire, evitando i mini-saggi che ho proposto fino ad ora e concentrandomi, magari, su una o due sequenze particolari del film in questione per approfondire meglio la dimensione filosofica del testo filmico.

Perciò, senza indugiare oltre, metterò online qualche brano della mia tesi: L'Occhio Scavatore, analisi delle pulsioni nel cinema di Alfred Hitchcock, per darvi l'idea di come l’Occhio Scavatore ha fatto il salto dal digitale al cartaceo, fino ad arrivare alla mia voce parlante di fronte alla commissione per la discussione della tesi in Filosofie e problemi dell’intersoggettività.

A presto!

martedì 12 ottobre 2010

Everybody loves Gianni Canova!

Vi segnalo per intero l'editoriale della rivista Duellanti diretta da Gianni Canova, famoso critico cinematografico, autore di una serie di testi di approfondimento su Lynch e Cronenberg di cui sono geloso possessore!
A quanto pare, lo stesso Canova possiede l'Occhio Scavatore (e ce l'ha pure più grosso del mio), scavando molto in profondità nell'industria cinematografica di cui è sempre stato uno dei protagonisti italiani.

A volte, anche gli amici sbagliano. A metà Luglio, in un intervento pubblicato su La Stampa, Steve Della Casa commentava con toni entusiastici la decisione di Marco Müller di dedicare la retrospettiva della Mostra di Venezia al cinema comico italiano, salutandola come un oggettivo “sdoganamento” dei cinepanettoni e della loro vitale comicità “fascennina”, che solo la critica “pensosa” non sarebbe in grado di comprendere e apprezzare.
Ora: io confesso che comincio a non poterne davvero più, in questo Paese, del disprezzo ostentato verso tutto ciò che ha a che fare con il pensiero. Parlando di critica, in particolare, la pensosità (cioè la capacità di riflettere, collegare, analizzare, interpretare...) dovrebbe essere una qualità costitutiva. Cosa vogliamo? Una critica giocosa? Lussuriosa? Gaudiosa? Facinorosa? Magari. Ma per esserlo, e continuare nello stesso tempo ad essere “critica”, la critica stessa non dovrebbe mai rinunciare all'esercizio del pensiero. Anche a costo di apparire noiosa a Müller e all'establishment che l'ha voluto alla guida di Venezia.
Del resto, se e quando smette di essere pensosa, la critica rischia di incappare negli errori in cui cade Steve Della Casa nel suo articolo. Per esempio: nell'antica Roma i fescennini erano manifestazione di una comicità volgare ma plebea, autenticamente popolana, che ha ben poco a che vedere con la tradizione del nostro cinema comico. Il quale è invece perlopiù espressione di una comicità piccolo-borghese con un oggettivo sostrato razzista, sessista, patriarcale e conformista. Non sarà chic dirlo e scriverlo, ma io lo dico e lo scrivo lo stesso. E aggiungo che trovo molto discutibile la scelta di dedicare la retrospettiva della Mostra D'Arte Cinematografica di Venezia non alla riscoperta del cinema di ricerca, sperimentale e disturbante, quello che il mercato ha sempre osteggiato e marginalizzato, ma un cinema che -almeno in Italia- coincide con il mercato e lo monopolizza e lo fa suo, e che non ha certo bisogno di una retrospettiva pagata con denaro pubblico per essere conosciuto. Ma tant'è. Volesse essere veramente trasgressivo, Müller dovrebbe metterlo in concorso, un cinepanettone. O un film di Tinto Brass. Ma questo non lo farà mai. Non glielo farebbero fare. Quello che fa per far passare l'idea che non ci sia altro cinema che questo e che l'altro cinema sia noioso e comunista. Anzi: pensoso, vade retro.

Ogni tanto un'apologia della critica pensosa è utile per far capire che è questa la strata verso la quale ci si deve indirizzare per fare critica seriamente e con criterio. Al cinema non servono le recensioni, non servono i punteggi o le scale di merito, servono due occhi ed una pala per scavare.


lunedì 4 ottobre 2010

Incestuous - Il figlio bastardo di Freud e Nolan

Solitamente non faccio articoli del genere, ma questa volta vorrei contestare degli elementi che compongono la trama di un film che ha fatto molto scalpore (e molto successo): Inception di Christopher Nolan.

Premetto che, complessivamente, il film mi è piaciuto. Sono uscito soddisfatto dalla proiezione. Questo è assolutamente ininfluente al fine della mia analisi, però, per i pochi che se lo chiederanno, sapranno che non parto da preconcetti.
Un po' come avviene in Matrix, questa pellicola unisce grandiose sequenze d'azione ad un discorso teorico molto interessante. Nolan costruisce una vera e propria architettonica (elemento fortemente presente all'interno della trama) del cinema contemporaneo, strutturando la messa in scena in una serie di livelli differenti, analogamente alla struttura della coscienza umana.
La trama è intrigante e le potenzialità di un progetto come quello di Inception sono davvero infinite, purtroppo, secondo il mio modestissimo parere, non sono state sfruttate al 100%. Si sente moltissimo il peso degli anni che avanzano. Un film come questo, se fosse stato prodotto una decina di anni fa, sarebbe risultato rivoluzionario e avrebbe meritato (forse) l'appellativo che molti critici frettolosi continuano ad attribuirgli: capolavoro.
Inception non è affatto un capolavoro. E' un esperimento interessante, una variazione ad un tema che negli ultimi anni sta prendendo molto piede all'interno della cinematografia mondiale, specialmente hollywoodiana. Forse i film esplosivi non rendono più come prima, avendo sfruttato fino all'osso il genere dell'action movie fino a renderlo una pagliacciata (consapevole) alla Expendables, per cui tra le esplosioni si cerca di inserire qualche elemento nuovo. Il film di guerra ha stufato, proviamo a trasportare la guerra su un differente piano.
Come abbiamo iniziato a vedere negli articoli precedenti, ma vedremo meglio sicuramente in seguito, i Wachowski con Matrix hanno costruito un ponte tra il mondo virtuale e quello reale. Molte esplosioni, effetti bullet-time e cazzotti, ma anche una solidissima struttura filosofica che abbraccia l'intera cultura occidentale degli ultimi 500 anni.
Recentemente, è stato osannato allo stesso modo il film di James Cameron che, utilizzando lo stesso stratagemma, ha creato un prodotto più “per famiglie” saccheggiando la trama di romanzi per ragazzi e lungometraggi animati, ma valorizzando il tutto con una serie di splendidi virtuosismi tecnici.

Inception è stato prodotto a distanza troppo ravvicinata da Avatar e Matrix. Vedendo questo film ho provato una sensazione di deja-vù costante. Addirittura la macchina con i cavetti che ti permette di entrare ed uscire da un sogno, per quanto questa idea possa essere terrificante da un punto di vista psicanalitico (ma ci arriveremo), rimanda moltissimo ai famosi “jack” che vengono utilizzati da Neo e compagni per collegarsi e scollegarsi da Matrix.

Devo apprezzare il fatto che Nolan, a differenza dei Wachowski, non ha reso note le sue fonti di ispirazione. Non ha fatto la citazione furbona di Freud o parlato apertamente dell'Interpretazione dei  Sogni, evitando qualunque tipo di riferimento alla famosa dottrina psicanalitica. Purtroppo, però, a meno che lo spettatore al cinema non sia A) ignorante totale o B) laureato in psicologia, il paragone nasce spontaneo. Ma dato che, né A né B sono la norma al cinema, nessuno si è permesso di muovere dei paragoni.
Iniziamo con una piccolissima e puntigliosa precisazione di carattere terminologico che, però, mi ha infastidito durante tutta la proiezione come una scheggia di legno nel dito. Il personaggio interpretato da Leonardo Di Caprio ed i suoi colleghi parlano spessissimo di una cosa chiamata “SUBCONSCIO”. Ora, io non sono laureato in psicologia, ma ne capisco abbastanza da sapere che il subconscio, in psicanalisi come in ogni altra possibile teoria del sogno, non esiste! Non è altro che una errata traduzione di INCONSCIO. L'errore, però, non è da attribuire al povero Nolan che, nel suo piccolo, ha sempre parlato di “subconscious”. In inglese, infatti, il termine funge da sempre come un sinonimo povero di “unconscious”. Lo stesso Freud, però, ha dichiarato : "We shall also be right in rejecting the term 'subconsciousness' as incorrect and misleading” poiché crea una gran confusione per nulla.

La critica più grande che voglio fare a questo film, però, è un'altra. Una critica strutturale.
Il film è intelligentemente organizzato a livelli, la messa in scena è coordinata al millimetro e le spettacolari sequenze d'azione ci trasportano in un mondo sempre diverso, come scatole cinesi. Addirittura, si ipotizza che uno dei sognatori possa fungere da architetto e modellare il materiale onirico a suo piacimento, ordinando, così come un regista (ed il paragone non è affatto casuale) l'immaginario delle persone.
Più ci si immerge nel ”subconscio” (…) e più le cose cambiano. Il tempo si dilata e si amplifica la portata degli effetti degli agenti esterni sul sognatore stesso. Una gocciolina d'acqua sul viso potrebbe suggerire alla mente lo stimolo del bagnato e sognare della pioggia, o un mare, o una cascata (o di andare al bagno). Andando sempre più in profondità si scoprono degli elementi, appunto, inconsci, come nel caso della moglie del protagonista che “sedimentano” nei suoi sogni da molti anni. L'elemento, veramente poco sfruttato, dei Totem.

Da questo si deduce che Nolan ha letto Freud, poiché già dai primi sogni analizzati si possono estrapolare queste nozioni.

Questi che ho appena riassunto sono, secondo me, i punti di forza dell'intera pellicola. Degli elementi sicuramente interessanti che hanno permesso al regista di creare una dimensione “di sogno” (e non “sognante”) hollywoodiana. Sono quelle cose che fanno bene al film, per dirla in breve, che lo rendono godibile.
Allo stesso modo, però, ci fanno capire che lo stesso Nolan ha arrabattato una serie di nozioni dal famoso testo freudiano e le ha organizzate a suo piacimento, dimenticando completamente il senso dell'intera interpretazione del sogno: il fatto che è, appunto, interpretazione. Ermeneutica, come ne parla Hegel, la nottola di Minerva. Non è possibile organizzare un sogno in maniera cosciente e viverlo da “sveglio”, poiché l'unico modo che abbiamo di penetrare il nostro inconscio è proprio nella sua interpretazione a posteriori, dopo che il sogno è avvenuto, per quel poco che ricordiamo. Il tutto tramite l'aiuto di un professionista, come, appunto, uno psicanalista.
Ora, caro Nolan, potevi creare ex novo una dimensione onirica come hanno fatto molti registi prima di te (vedi David Lynch in primis, che ci campa da molti anni con queste cose) oppure riprendere le nozioni freudiane ma senza interpretarle a tuo piacimento, attenendoti al piano, come nel caso del maestro Alfred Hitchcock (cito Psycho e Spellbound – Io ti salverò).

Inception, lo ripeto, è un bel film, ma non è affatto un capolavoro perché non ha gli elementi che lo caratterizzano come tale. Grandiosa la regia, le interpretazioni, gli effetti speciali, l'idea di fondo, ma non ha molta coerenza formale.

Un gran peccato.