Procediamo con la decostruzione.
In pillole, pregi e difetti di Avatar:

Un ragazzo paraplegico, ossia una persona con delle limitazioni fisiche e una voglia di riscatto (si parla di un progetto scientifico affidato a suo fratello, ma dopo la sua prematura scomparsa viene scelto il nostro protagonista, per cui inizia a profilarsi già un “paragone” ed una duplicità) si trova di fronte alla possibilità di risolvere ogni problema tramite un’interfaccia virtuale che trasporta la sua “anima” (nel senso cartesiano di res cogitans) in un perfetto corpo alieno.
L’evasione dal corpo naturale per il raggiungimento di una perfezione artificiale. L’abbandono della propria situazione fattuale per una (ir)realtà virtuale.
All’interno del contesto “Avatar” (ossia, ancora una volta, Pandora e alieni blu) il discorso trova le sue motivazioni nelle limitazioni fisiche del protagonista e nella storia d’amore su cui si basa la pellicola (Titanic anyone?), ma, considerando in maniera più attenta le caratteristiche di questa nuova realtà aliena salta all’occhio il primo elemento che potrebbe, appunto, portare all’alienazione del protagonista.
Mi stavo documentando sull’origine del termine “Avatar”, che per me

Secondo l’etimologia originale del termine l’avatar è l’immagine rappresentata del dio incarnato, questa accezione deriva dalla tradizione induista e viene utilizzata per definire figure chiave della religione quali le incarnazioni del dio Vishnu: Krishna e Rama. È particolare sottolineare il fatto che la concezione induista del mondo si avvicina moltissimo a quella della civiltà dei Na ‘vi dove ogni elemento singolo è collegato ad un tutto universale tramite una rete spirituale che permette il passaggio delle informazioni, della storia e della cultura del loro popolo nel tempo. Una peculiare caratteristica degli avatar della tradizione indiana è il loro colore bluastro, lo stesso colore degli alieni protagonisti del film di Cameron.
Il termine oggi viene principalmente utilizzato nell’ambito di internet e dei giochi di ruolo (online o meno) per la creazione di un doppio di se stesso da controllare a proprio piacimento. Sono io a caratterizzare il mio avatar, scegliendo attributi fisici adatti e tratti peculiari che possono distinguerlo dagli altri avatar. I celebri videogiochi online come “World of Warcraft” ne sono una prova: il mio avatar diventa ciò che io non posso essere.
Il problema degli avatar online è un problema serio. La duplice valenza del termine, però non ci permette di sapere con certezza se Cameron voglia parlare della realtà virtuale che, sempre di più prende piede nel nostro mondo, alle volte soppiantandolo completamente (vedi eXistenZ di David Cronenberg [1999]) oppure di questa valenza mistica e spirituale propria di una religione animista.

Al di là delle implicazioni fisiche del protagonista del film, la scelta di rendere “vincente” un avatar rispetto alla propria fattualità originale ha un peso notevole a livello psicologico. Viene interpretato come la soluzione perfetta ad ogni problema, una panacea virtuale.
Jake Sully non ha competenze sul campo militare data la sua menomazione, è depresso, avvilito ma una volta conquistato il suo avatar diventa un vincente. Il progresso vince sulla natura, paradossalmente. Come possiamo ricordare nel film Matrix [1999], non ha importanza se il cibo che mangio è reale o meno, se il sapore di bistecca è veramente quello di una bistecca, mi soddisfa mangiarlo e la stessa irrealtà che mi circonda produce il mio piacere. È veramente un mondo costruito per me, per i miei bisogni. [Video quì]
Prendo spunto dal film per proporre a voi lettori, come di consueto, l’approfondimento verso una tematica che trascende l’interpretazione del film in se.
Trasportando la visione fantastica di Cameron a quella, molto meno gradevole, della generazione di adolescenti e adulti del nostro mondo alle prese con internet e la realtà virtuale una scelta del genere non sarebbe la più consigliabile. Per questo, ripeto, il problema degli avatar (a trecentosessanta gradi) è un problema importante a livello soggettivo, coinvolgendo la sfera sociale e psicologica dell’individuo in formazione che si confonde tra l’immagine di se reale e quella di un se artificiale.
Se mai fosse possibile una scelta, cosa credete che sceglierebbero?
E questa, cari lettori, è anche eugenetica.
